Era il periodo dei maxi processi e in Sicilia i primi boss di Cosa nostra erano stati messi dietro le sbarre, si conoscevano i loro volti e si cominciavano a ricostruire i fatti criminali di un’intera generazione di mafiosi in terra di Sicilia ma anche in giro per il mondo. Pizza connection e i viaggi del giudice Falcone in America. Le prime sentenze, assoluzioni e condanne. Condanne, soprattutto. La mafia in Sicilia c’era e non era più possibile farla passare per un fatto di costume e di folklore, era invece un fatto di sangue, di soldi (tanti soldi) e di politica. Erano anni in cui i primi uomini di Cosa nostra, cominciavano a pentirsi e nasceva la figura del collaboratore di giustizia. Un uomo d’onore che viola il vincolo che ha contratto a vita e comincia a parlare della propria organizzazione criminale, a fare nomi e cognomi, a raccontare circostanze e omicidi eccellenti. Il carcere di Palermo e la Sicilia non sono più luoghi compatibili con scelte di questo tipo, i programmi di protezione cominciano invece a guardare a regioni “tranquille” nelle cui carceri trasferire detenuti eccellenti come alcuni testimoni di mafia, ma anche di camorra e ‘ndrangheta.
L’Umbria è una di queste regioni adatte ad ospitare boss di tale calibro nel carcere di Spoleto in particolare come confermano, le parole del magistrato Luigi De Ficchy “polo attrattivo per la costituzione nella regione di sodalizi di stampo mafioso costituisce la detenzione nella casa circondariale di Spoleto di elementi mafiosi di particolare capacità criminale, attirano gruppi di sodali e di familiari che progressivamente attuano forme di radicamento sul territorio”. Il carcere, i soggiorni obbligati, gli arresti domiciliari, tutti luoghi e condizioni di vita che hanno avvicinato le mafie all’Umbria e i mafiosi tra loro. Diversi codici d’onore a confronto, diversi business da difendere, dialetti e vincoli associazionistici si sono parlati dietro le sbarre delle carceri di Spoleto, Terni o Capanne. Intere famiglie di mafiosi gradualmente li hanno seguiti in una immigrazione che è diventata nel tempo stanziamento e radicamento sul territorio.
“Ci sono stati casi eccellenti di pentiti che sono tornati a delinquere – dichiara Giovanna Montanaro studiosa e autrice del libro “Dalla mafia allo Stato” – ; altri pentiti ai quali invece è stato sospeso il programma di protezione perché terminato di deporre in un processo non sono stati più ritenuti a rischio; Per alcuni di loro la mancanza di un lavoro e di una nuova vita è stato uno degli elementi che ne ha favorito il ritorno a delinquere. Questa dei collaboratori di Giustizia – commenta la Montanaro – è una materia notevolmente delicata, per i collaboratori, per lo Stato e per la società civile”.
Anche qui in Umbria le autorità giudiziarie però, come confermano le numerose intercettazioni telefoniche e ambientali a loro carico, non li hanno persi di vista ma la capacità “liquida” (come evidenziato anche dall’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia sulla ‘ndrangheta) di infiltrarsi, di scorrere e scivolare fra gli affari più lucrosi e impensabili, senza lasciare grande traccia del proprio passaggio ha consentito di dare il via ad una “mafizzazione” dell’Umbria approfittando anche di un tessuto sociale ancora solido ma, poco incline per sua natura, a leggere fra le righe, interpretare comportamenti e azioni “mafiose”.
Quei silenzi che parlano, cenni d’intesa, i progetti sommersi e di ampio respiro, tutti strumenti con i quali le mafie in Umbria, come testimoniano le ultime ordinanze di custodia cautelare emesse dal Tribunale di Perugia, hanno cominciato la loro scalata a settori come quello edilizio e turistico recettivo. “Dall’istituzione del confino per soggetti mafiosi – dichiara Libera Umbria – si è registrata qui come altrove un’impennata di reati precedentemente sconosciuti ed estranei alla criminalità locale: estorsione, sequestri di persona, omicidi legati a faide tra cosche e ‘ndrine”. Una liquida penetrazione della camorra e della ‘ndrangheta (quest’ultima in particolare) nel tessuto umbro: niente rotture, silenzio delle armi, pax mafiosa e suddivisione degli affari fra i partecipanti.
Azioni comuni e qualche differenza sostanziale: la Camorra gestisce in Umbria insieme alle altre organizzazioni criminali il traffico di droga, la contraffazione e reati di piccolo calibro. La sua struttura criminale ovvero quella di cellule satellitari, strumento commerciale e militare dei clan campani, ha portato ad una gestione degli affari umbri a fini di lucro e potenziamento. I clan camorristici maggiormente presenti risultano essere il gruppo Ciccone – Fabbricino (attivi nel settore immobiliare) i Marandino (luogo tenente di Cutolo) e i Casalesi (clan Schiavone – Pariota – Licciardi) anche nella zona del ternano e orvietano. Per la ‘ndrangheta la missione è diversa, l’Umbria non è terra di passaggio, qui le ‘ndrine hanno deciso come altrove, di impiantare le loro basi, di stanziare, penetrando dapprima il mercato dei traffici, appropriandosi poi delle attività commerciali e di ristorazione (tramite prestanome, in genere, e il centro storico perugino in questo è uno scrigno che contiene molti di questi misteri di mafia sotto falso nome) ma non solo. Famiglie presenti sul territorio, delle quali si è avuto riscontro tramite sequestri di beni o operazioni di polizia sono: I Facchineri e i De Stefano di Reggio Calabria (ai secondi è stato confiscato un terreno a Pietralunga) i Marincola, di Cirò Marina, (gruppo molto forte anche nell’investimento in attività commerciali e di ristorazione nel centro storico perugino) con il gruppo Palamara – Bruzzaniti (edilizia, appalti pubblici, ristorazione e, negli ultimi anni, smaltimento dei rifiuti). Commercio di droghe a parte, s’intende.
La ‘ndrangheta pare essere portatrice anche della cosiddetta mafia dai colletti bianchi, forte anche di una immigrazione che storicamente presente in Umbria con numeri da capogiro, in quasi tutti i principali centri di potere della città. Queste però sono solo coincidenze, oppure come li ha chiamati l’onorevole Marco Minniti, durante la presentazione del volume “’Ndrangheta, boss, luoghi e affari della mafia più potente del mondo”, a Roma, covi freddi. Li stessi che hanno potenziato e moltiplicato a dismisura presenza e forza della organizzazione più arcaica e globalizzata partita dall’interno della Calabria e arrivata sino al cuore delle democrazie più avanzate del mondo.



