1.Il petrolchimico che uccide e prende lavoro

Raccontano
che qui, per fare benzina, basta scavare un po’ nella sabbia. È vero.
La spiaggia di fronte al petrolchimico, località Spinasanta, è un
fiorire di taniche di plastica e bottiglie abbandonate. Attraversi un
torrente e segui le orme di chi è già passato. Grandi pompe di drenaggio
a motore infilano la testa sotto la sabbia, come serpenti di mare, per
recuperare la benzina che cola nel terreno da alcune grandi cisterne
arrugginite. Per non essere fermati è meglio andarci all’alba: quando
torno per fotografare la scena, il giorno dopo, sette militari armati
di mitra impediscono l’accesso. Pretendono i documenti e spiegano,
appellandosi a una vecchia legge, che nessuno è autorizzato a fotografare,
nemmeno da lontano, gli impianti industriali. Controlli più duri che
alla ex base nato di Comiso. Il petrolchimico, per quel che gli frega,
incombe indifferente: ciminiere bianche e rosse, a righe e a scacchi,
come le maglie di una squadra di rugby, mura di cinta invase da graffiti
gioiosi, fumi neri contro il cielo chiaro, vasche scrostate e altre
splendenti di acciaio. Comunica, nell’insieme, un senso di potenza
e di decadenza.

Mi sono lasciato
alle spalle, venendo da nord, una Sicilia già in fiore, ancora carica
di arance e verde ottimismo. Lungo la costa sfilano decine di villette
abusive con gli scuri abbassati. Qui d’estate è un’invasione. Al
mare alcuni hanno rinunciato, per via del catrame. Altri dicono che
sono balle, che l’inquinamento fin lì non arriva. Avvicinandosi a
Gela, la terra diventa più avara. Gli ulivi più smilzi, gli aranci
più smorti, secche le erbacce. L’impianto lo vedi da lontano, come
un castello di Kafka degli anni del boom. Sullo sfondo, stravaccata
sulla piana, la città di Gela. Al largo, le sagome delle piattaforme
per l’estrazione del petrolio. Davanti al complesso industriale, un
altro mostro: uno svincolo autostradale lungo alcuni chilometri con
piloni alti 50 metri, che inizia e finisce nella terra nuda. Aspetta
da decenni un’autostrada che non è mai arrivata. L’idea era di
permettere al petrolio di andarsene alla svelta verso regioni più industrializzate.
Il risultato, come tutto da queste parti, è provvisorio.

Le questioni
ambientali aperte sono molte. Il dissalatore dell’Enichem fornisce
acqua a Gela e ad altri undici comuni, gestisce lo scarico a mare delle
fogne, disperde nell’aria vanadio, piombo e nichel il cui rapporto,
secondo una perizia del ‘99, «è risultato circa 100 volte superiore
a quello riscontrato in aree tipicamente urbane come Firenze e Parigi».
Manca ancora, ed è scandaloso, uno studio conclusivo sui danni alla
salute anche se un rapporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità
ha stabilito che a Gela, tra il ‘90 e il ‘95, si è verificato un
aumento significativo di linfomi non-Hodkin e di tumori alla vescica.