E’ senza dubbio una tra le scene più terribili legate ad un omicidio di mafia. Il 6 agosto 1985 la moglie di Ninni Cassarà, Laura, scende 8 piani di scale gridando. In braccio tiene la figlia di 2 anni, Elvira, ha appena assistito dal balcone all’omicidio del marito. Ad ogni piano implora i vicini di aprire la porta e di occuparsi temporaneamente della piccola. Nessuno apre. Solo all’ultimo momento il gesto pietoso di un inquilino permette a Laura di arrivare da sola al piano terra per abbracciare il marito ormai colpito a morte. In quello stesso spazio che separa alcuni palazzi di viale Croce Rossa la musica del silenzio di ordinanza si espande nel giorno del 26° anniversario dell’omicidio del vicequestore Cassarà e dell’agente di scorta Roberto Antiochia. Laura Iacovoni Cassarà osserva distaccata le tante strette di mano tra i rappresentanti delle istituzioni locali venuti a deporre le corone di fiori. Insieme a lei ci sono i suoi figli Gaspare, Marida ed Elvira, nel 1985 avevano undici, nove e due anni. Poco più in là ci sono anche Vincenzo Agostino e sua moglie Augusta, insieme a loro c’è don Ciotti. Prima che morisse nel 2001 Saveria Antiochia, la mamma di Roberto, aveva chiesto al fondatore di Libera di venire al suo posto a ricordare suo figlio.
Ogni anno don Luigi mantiene quella promessa. Il ricordo di quel maledetto martedì 6 agosto è ancora inciso nelle mura dei palazzi circostanti. In uno di questi si era appostato, munito di kalshnikov, un commando di killers di Cosa Nostra pronto a sparare più di 250 proiettili. Alle 14,55 il vicequestore aveva telefonato alla moglie per avvisarla che sarebbe andato a pranzo a casa dopo giorni che non usciva dalla Squadra Mobile. Una “talpa” presumibilmente posta all’interno della questura aveva captato la telefonata e aveva fatto arrivare l’informazione a Cosa Nostra. Questione di minuti e in quel luogo si era scatenato l’inferno. Uno scenario fin troppo simile ad azioni di guerra degne di paesi del medio oriente. A distanza di tanti anni i misteri che ruotano attorno a quella segnalazione “interna” che diede il via libera agli assassini di Antiochia e Cassarà non sono stati chiariti. E il “giuda” non è mai stato individuato.
Il grande lavoro svolto da Ninni Cassarà insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino resta impresso nel famoso “rapporto dei 162”, una vera e propria radiografia degli schieramenti di mafia e dei delitti compiuti in quegli anni, messo a punto congiuntamente da polizia e carabinieri, che aveva costituito uno dei pilastri portanti del primo grande maxiprocesso alla mafia.



