Mons. Oscar Arnulfo Romero si convertì quando era già vescovo. Di fronte al grido di dolore del popolo che gli era stato affidato da Dio.
Si convertì perché era capace di ascolto. Perché non riusciva a rimanere indifferente di fronte a un popolo calpestato da un potere insaziabile che non poteva tollerare ostacoli sulla strada dei propri privilegi assoluti.
Potere economico e politico coincidevano al punto che le leggi venivano calzate su misura per mettere al riparo la ricchezza concentrata nelle mani di 14 famiglie da qualunque forma di… minaccia.
“Un povero una volta mi ha detto una frase che non dovete dimenticare così come io non la dimentico: ‘La legge, Monseñor, è come un serpente che morde soltanto noi che camminiamo scalzi’” (Omelia del 20 agosto 1978).
“Prega, vescovo Romero, perché la Chiesa di Cristo, per amore loro, non taccia. Implora lo Spirito perché le rovesci addosso tanta parresìa da farle deporre, finalmente, le sottigliezze del linguaggio misurato e farle dire a viso aperto che la corsa alle armi è immorale, che la produzione e il commercio degli strumenti di morte sono un crimine, che gli scudi spaziali sono oltraggio alla miseria dei popoli sterminati dalla fame, che la crescente militarizzazione del territorio è il distorcimento più barbaro della vocazione naturale dell’ambiente (…). Prega, vescovo Romero, perché tutti i vescovi della terra si facciano banditori della giustizia e operatori di pace, e assumano la nonviolenza come criterio ermeneutico del loro impegno pastorale, ben sapendo che la sicurezza carnale e la prudenza dello spirito non sono grandezze commensurabili tra loro” (don Tonino Bello, 23 marzo 1987).
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