Il rapporto
della Commissione Antimafia per il biennio ‘63-‘64 fotografa un
fenomeno in atto già allora: «Il settore industriale creava nuovi
spazi per esercitare l’illegalità, speculazioni e prepotenze sul
lavoro, sugli operai, sulle aziende». Nel novembre 2001, il direttore
dell’Agip, Marco Saetti, quattro funzionari e due responsabili di
consorzi di imprese dell’indotto vengono arrestati dai carabinieri.
L’accusa è associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato
e minaccia. Il gip Antonio Fiorentino che ha seguito l’inchiesta,
parla di «uno scellerato patto di non belligeranza tra il potere economico
e il potere mafioso locale». È tutto da spiegare il caso Gela. Città
di frontiera, ricca e progressista. Dove si dice che fino agli anni
settanta la mafia non si era impiantata saldamente. Ma dagli anni ottanta
terreno di faide ferocissime, rapidi regolamenti di conti, continui
traffici di armi e droga, una rete capillare di estorsioni estesa a
tutte le attività economiche, agguati in bar, ristoranti e sale giochi.
Il fatto è che prima dell’avvento del petrolchimico, a Gela Cosa
Nostra era poca cosa. In realtà cosa nostra era presente con boss mafiosi
del calibro di Francesco e Giuseppe Piddu Madonia. Esisteva, però,
una versione locale del prodotto, la Stidda, meno verticistica, molto
più rozza e altrettanto sanguinaria.
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