Addio «madre coraggio» della Locride

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Lei esile ma audace, minuta ma fiera e forte, madre coraggio, come è stata e sarà ricordata soprattutto in nella Locride, sfidò la ndrangheta nelle piazze di Platì e San Luca, non ebbe a temere  l’omertà, Angela Casella si è spenta per malattia ieri a Pavia nella casa di famiglia in via Vigentina, all’età di 65 anni, con accanto il marito Luigi, proprietario della concessionaria Citroen ‘Casella’ srl, ed i figli Carlo e Cesare. Angela, Madre coraggio, lascia anche quattro nipoti: Alessandro, Leonardo, Michelle e Cloe Angelina. I funerali oggi nella chiesa della Sacra Famiglia di Pavia.

‘Mio figlio è incatenato così da 510 giorni’. Lo ha scritto, lo ha denunciato scendendo fino nei paesi della Locride dove suo figlio è stato ostaggio per poco più di 24 mesi dell’allora ‘anomina sequestri’ oggi holding internazionale di cocaina, la ndrangheta. Non è solo la storia di Angela Casella, Angiolina Montagna, denominata Madre coraggio quando dopo mesi di esilio del figlio scese in Calabria per incatenarsi e chiederne così la liberazione, ma è un pezzo di storia dell’intero nostro paese.

Accanto a lei, al momento dell’estremo saluto, c’è anche Cesare, oggi quarantaduenne, il cui sequestro l’ha resa emblema di quella dignità che sfida l’abuso, la violenza ed il sopruso, l’ha resa eroina involontaria in un’Italia ancora inconsapevole della mala pianta mafiosa che ormai ha già esportato le sue radici velenose in tutti i continenti.

Sono anni in cui la storia del Belpaese si intreccia con quella della famiglia Casella, con quella di Angela – madre – e di Cesare – il figlio sequestrato – quel figlio la cui libertà è stata privata per oltre due anni. Una vicenda che ha irrotto in quell’Italia ancora incellofanata, stordita dal benessere del boom economico degli anni Sessanta, vicina a Tangentopoli, in un’Europa embrionale al momento della svolta determinata dalla Rivoluzione di Velluto nei paesi dell’Est che si liberano dai regimi comunisti.

Un’Europa in cammino e un’Italia ancora lontana da quella guerra contro il crimine mafioso, che già allora cresceva e proliferava, mentre nessuno voleva vederlo. Proprio come raccontava mamma Coraggio in Calabria: ‘Combatto contro qualcuno che non vedo e non sento, ma che esiste e imprigiona mio figlio’.

Cesare aveva 19 anni quando venne rapito a Pavia, quella sera durante il rientro con la sua auto in una Pavia immersa nella nebbia. Uno dei sequestri a scopo estorsivo più lunghi avvenuti in Italia dal 1972 agli Novanta; su oltre 600 sequestro, risolti 450 con 2.500 arresti.

Fu tenuto prima in un garage vicino la stessa Pavia e poi trasferito in Aspromonte. Dopo il pagamento, nell’agosto del 1988, di un riscatto del miliardo di vecchie lire pattuito, il telefonista della banda ne pretese altri 5. Fu allora che Angela Casella decise di lasciare la Lombardia per scendere in Calabria, avvicinarsi a Cesare, smuovere le coscienze sul male che avevamo in casa e che presto avrebbe fatto del mondo il suo contesto di potere, per sollecitare uno Stato distratto per decenni ad intervenire, per accendere un’attenzione che dominò le cronache di quel tempo. Era il giugno del 1989.

Una sfida drammatica dolorosa con lunghissime pagine di  silenzio, forse anche attraversate dalle trattative dello Stato con il boss di San Luca, Giuseppe Strangio, arrestato un mese prima rispetto alla liberazione di Cesare, quando la notte di Natale del 1988 fu ferito ad una gamba dai Gis (Gruppi di intervento speciale dei carabinieri). Strangio stava recandosi all’appuntamento per la riscossione di una somma di denaro, forse la seconda trance del riscatto che, secondo fonti ufficiali, non fu mai pagato.

Cesare viene liberato dopo 743 giorni di prigionia, il 30 gennaio 1990 a Natile di Careri, in provincia di Reggio Calabria. Il sequestro più lungo dopo quello del vicentino Carlo Celadon ostaggio per 831 giorni, rapito una settimana dopo Cesare e liberato nel maggio del 1990. In Aspromonte, a quei tempi, tre giovani erano tenuti in ostaggio dalla ndrangheta dei sequestri Cesare, Carlo ed anche Marco Fiora, liberato nel 1989, dopo 18 mesi di prigionia.

Il covo di questi inferni personali e familiari, tane lunghe due metri, larghe uno, e alte uno e mezzo, ai piedi di un albero alla cui base erano assicurate le catene da legare alla caviglia e al collo della vittima. Le pareti erano foderate da un muro di sassi. Sopra, una lamiera ricoperta di foglie.

Sono ricordi difficili da superare e con cui è difficile convivere. Oggi Cesare ha un legame con questa terra, anche se profondamente doloroso. Lavora nel settore immobiliare a Milano dove vive con sua moglie ed una bimba a cui ha dato il nome della nonna Cloe Angelina, la donna e madre che lo ha salvato in tutti i modi in cui le persone che si amano possono essere salvate, a dispetto di ogni più avversa vicissitudine della vita.

Il cuore di Angela ha smesso di battere ma quei battiti al momento di riabbracciare Cesare vivo, in Calabria, non si spegneranno mai.

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