Amianto e contributi non riconosciuti

Polizia

La notizia ha avuto una vasta diffusione: a fine luglio, all’interno dell’isola 32 dello stabilimento Eni di Gela, militari della guardia costiera insieme ai componenti del nucleo speciale d’intervento di Roma scoprivano una grande vasca contenente almeno 27 tonnellate di amianto. Rifiuti speciali, peraltro, conservati nella totale inosservanza delle regole: teloni bucati, sacchi aperti e, di conseguenza, fibre d’amianto libere di essere trascinate dal vento ed inalate dai lavoratori. L’operazione, al pari di molte altre, potrebbe rientrare nella categoria dell’anonimato, salvo che per un’incoerenza di fondo.

Da decenni, oramai, centinaia di lavoratori dell’industria Eni a Gela lottano per ottenere il riconoscimento dei contributi spettanti per il contatto con le fibre d’amianto. Il problema, però, sta nel fatto che i vertici Inail rimangono fermi sulle loro posizioni: nello stabilimento gelese, l’amianto sarebbe stato totalmente eliminato fra il 1992 ed il 1993, addirittura qualche mese prima dell’entrata in vigore della legge n.257 che impone il divieto assoluto di utilizzo del pericoloso materiale a fini industriali o commerciali. Allora, se l’amianto a Gela ha cessato di liberarsi nell’atmosfera praticamente un ventennio fa, cosa ci faceva una vasca, in grado di contenerne 27 tonnellate, all’interno dell’isola 32 dello stabilimento, a luglio 2011?

La domanda, insomma, sorge spontanea. Stando ai legali che seguono il caso dei lavoratori gelesi esposti all’amianto, la scoperta della discarica rappresenterebbe la naturale conseguenza della politica industriale di Eni a Gela: ovvero, il materiale è ancora presente ma deve essere occultato. I responsabili locali di Raffineria di Gela s.p.a., società appartenente alla multinazionale lombarda, non rilasciano commenti limitandosi ad emanare comunicati stampa nei quali si rinvia l’intera questione alle indagini in corso. Nei molti dossier, fino ad oggi prodotti, si legge che, all’interno del sito industriale gelese, vi sono evidenti tracce di pericolosi minerali silicei. I veri nemici dei lavoratori, infatti, si chiamano crocidolite e amosite, anche conosciuti come amianto blu e amianto bruno: tra le fibre più pericolose per la salute umana.

A Gela, intanto, nonostante le indagini condotte mettano in luce la presenza, ancora viva, di grandi quantità di amianto, i contributi previdenziali in favore dei lavoratori che hanno operato a contatto con le fibre vengono riconosciuti, dopo lunghe battaglie legali, solo a coloro che possano dimostrare di essere affetti da patologie conclamate.