Basta, per carità!

Tribunale di Santa Maria Capua Vetere

Compro un capo
d’abbigliamento, che sia un pantalone, una felpa o una maglietta
non ha alcuna importanza, almeno per questo articolo. Diciamo che lo
uso per un pò, quanto basta da considerarlo “vecchio” o comunque
non più indossabile. Decido dunque di “donare” questo capo alle
associazioni umanitarie, quelle della raccolta, quelle che suonano
alla porta di casa il mercoledì pomeriggio per lasciarti una busta
di plastica, che diligentemente gli farai trovare a distanza di
qualche giorno con un bel pò di indumenti che non usi più. Ed il
pantalone, la felpa o la maglietta cominciano una ‘nuova vita’.
Una vita che parte dal nostro bisogno di trovare in quella stessa
donazione, quella “coscienza pulita” per aver fatto del bene a
chi ne ha bisogno. Ed il vero problema sta proprio qui, nel chi
riceverà questo materiale, chi ne avrà davvero bisogno.

Camminiamo tra le
campagne di quella che Carlo III di Borbone scelse come zona per la
sua casa rurale, la Reggia di Carditello, meraviglioso fiore immerso
in uno sterminato campo di erbacce e rifiuti. Si curiosava tra i
viottoli della zona, quelli che solo un trattore, o un camion, riesce
a percorrere, perchè privi di un benchè minimo fattore che induca a
considerarle strade. Piccole discariche di rifiuti speciali
(materiali di risulta, pneumatici, televisori e lavatrici) ci
accompagnano per quella che è una piccola avventura. Scorgiamo da
lontano delle balle di indumenti, ci avviciniamo. Le osserviamo più
da vicino. Grossi fili di ferro, arrugginiti, tengono ammassati
centinaia di indumenti tra giacche, magliette, borse, scarpe e
bambole di pezza, formando un cubo di oltre un metro e mezzo. Di
balle così ce ne sono una ventina, forse più. Non riusciamo a
contarle perchè quello che ci salta agli occhi ha dell’incredibile.
Ci sono decine e decine di buste, di color azzurro, a volte visibili
perchè esternamente alla balla, altre poco meno. La dicitura che c’è
stampata su: “Caritas Ambrosiana, raccolta indumenti 12 maggio
2007”.

Donato Ceglie, pm del
tribunale di Santa Maria Capua Vetere, è il magistrato che ha
condotto nel 1999 l’inchiesta sulla destinazione degli aiuti
umanitari raccolti dalla Caritas: “Tonnellate e tonnellate di
prodotti destinati alla beneficenza sono stati smaltiti illegalmente
in alcune discariche abusive della zona
”. Per il magistrato
quello del ’99 non è stato altro che un semplice passaggio nel
lungo ciclo di gestione dei rifiuti speciali che interessa tutt’oggi
il nostro territorio. Esiste infatti tutt’ora uno strano asse
Toscano-Campano: secondo quelle indagini la capitale di questo affare
è Prato, che, con 171 aziende del settore, è la città italiana
leader nel recupero dei vestiti usati, sede anche di una delle più
importanti, la Eurotess s.r.l., interessata alla raccolta ed allo
smaltimento dei rifiuti speciali, tra cui ovviamente il vestiario.
Allora spuntò il nome di Franco Fioravanti, titolare dell’azienda,
che la procura della città del Foro inserì nel registro degli
indagati: la raccolta di indumenti usati rappresentava e a quanto
pare rappresenta ancora una miniera d’ oro in cui la solidarieta’
verso i bisognosi c’entra molto meno di quanto si possa credere.
L’indagine di Ceglie non rimane l’unica: dall’indagine
denominata “Adelfi” e delle successive indagini portate avanti
anche dalla DDA di Firenze, hanno portato in questo ambito anche a
decine di arresti. E pare che il minimo comune denominatore sia
quello di usufruire di queste raccolte per poi “smaltirne” una
buona percentuale.

La Caritas, ad oggi,
affida, oltre alle parrocchie locali, a cooperative ed aziende
esterne sia la raccolta che lo smaltimento di questi indumenti. Il
percorso è semplice: le aziende raccolgono in nome e per nome della
Caritas (a Prato aziende stampano le buste atte alla raccolta per
concessione della stessa, ndr), le stesse aziende acquistano
il materiale raccolto e pagano la Caritas che usa il ricavato per
azioni benefiche legate alla propria attività. Il 30/40% del
vestiario (fonte diocesi Milano, ndr) è in buone condizioni e
viene dunque rivenduto o mandato nell’est europa, o nel Ciad, o
magari a Resina..il restante va ad alimentare quel grosso affare che
si chiama smaltimento rifiuti. Affare che qui in Campania, in
provincia di Caserta, ma così come in gran parte del paese ha la
benedizione della criminalità organizzata. «L’asse
è ancora oggi quella»
sostiene il pm Ceglie, «Il
traffico che arriva dal nord, dalla Svizzera così come dalla
Lombardia, trova in Prato la capitale della divisione del materiale,
ma trova in Caserta e nelle zone a ridosso della provincia la zona
dove più facilmente smaltire questi ‘rifiuti’. Rifiuti che
giacciono ancora nelle decine di discariche del nostro territorio».
Quali siano le discariche interessate, è presto detto:
Castelvolurno, Villa Literno, il basso casertano nella porzione
compresa tra Casal di Principe e l’agro aversano. Ma grave resta il
fatto che non essendoci controlli, le stesse aziende o gli ultimi
anelli di questa chiara catena, piuttosto che pagare ingenti somme di
danaro per lo smaltimento dei panni/rifiuti, li gettano lì dove le
zone sono meno accessibili e visibili, per poi magari dargli fuoco a
distanza di giorni, mesi. Troviamo questi cumuli, queste balle circa
30 giorni or sono, li ritroviamo ridotti in cenere.

La Caritas ambrosiana per
la raccolta indumenti dell’anno 2007 ha usufruito di ben 3mila
volontari e 611 parrocchie, per una raccolta di 782mila Kg di filato:
«La raccolta è ispirata
ad una logica di buon uso delle cose»
fa sapere don Roberto D’Avanzo, direttore della Caritas Ambrosiana,
«Viene condotta sulla
base di una convenzione con le regioni, e gestita, da cooperative
sociali che offrono in questo modo lavoro a tanti disagiati».
Un onesto lavoro, non c’è dubbio, che va ad alimentare però un
mercato florente, che approfitta di questo territorio, della
situazione emergenziale, della mancanza di controlli, per smaltire e
far perdere le tracce di una seconda vita di ciò che abbiamo
indossato. La camorra in tutto ciò ci sguazza, e approfitta di
indagini chiuse chissà in quale cassetto per controllare e gestire
questo mercato. Gli angoli più nascosti dei nostri territori
diventano “discariche miniera” per chi ha fatto di queste
pratiche la propria quotidianità.