Boccassini: lezione di mafia

Al termine, un lungo e caloroso applauso dei molti presenti ha salutato il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini che, ieri pomeriggio, ha partecipato al seminario promosso dagli atenei milanesi e da Libera nell’ambito del ciclo intitolato “Mafie al nord. Per una cultura della legalità”. L’aula 208 dell’Università Statale di Milano era gremita all’inverosimile per l’occasione davvero straordinaria di incontrare un magistrato, conosciuta per il suo coraggio e la sua determinazione e l’altrettanto nota riservatezza e che, nel corso di una lunga e prestigiosa carriera, si è battuta contro la criminalità organizzata al nord come al sud e contro corruzione e malaffare. Per questo oltre 500 tra studenti e cittadini hanno voluto prendere parte ad un incontro senz’altro fuori dal comune.

Un piccolo contrattempo si è verificato all’avvio dei lavori, per la predisposizione tra i banchi degli studenti di alcune telecamere delle testate televisive nazionali, attirate anch’esse dall’appuntamento. La stessa Boccassini ha poi motivato il loro allontanamento per il fatto che l’iniziativa era pensata per gli studenti mentre la loro presenza avrebbe trasformato un incontro formativo in un evento mediatico, snaturandone completamente il senso. «I magistrati – ha dichiarato il pm, milanese per ragioni d’ufficio ma di origini napoletane – devono esprimersi nelle sede opportune. A parlare per loro devono essere il lavoro e i provvedimenti che adottano». Superata quindi l’impasse iniziale, l’incontro si è aperto con le parole del prof. Fabio Basile che, unitamente al collega Francesco Viganò, hanno avuto il compito di introdurre i lavori e stimolare il dibattito con gli studenti.

Nel momento in cui il microfono è passato nelle mani di Ilda Boccasini è calato un silenzio irreale nell’aula, un silenzio raramente interrotto durante tutto il suo intervento. Fin dalle prime parole, il magistrato ha reso omaggio al collega e amico Giovanni Falcone: «Grazie a lui e al suo sacrificio abbiamo la migliore normativa antimafia, molti paesi guardano all’Italia per cercare di capire come affrontare il fenomeno mafioso. La Dna con le Direzioni Distrettuali Antimafia e la Dia sono sue creature, ma gli dobbiamo soprattutto una cultura e un approccio diverso nel contrasto alla mafia». E, con malcelata amarezza ha poi aggiunto che quanti si professano oggi amici di Giovanni Falcone, quando lui era ancora in vita non lo erano affatto.

A partire dalla lettura dell’art. 416 bis, che sanziona il reato di associazione mafiosa, il magistrato ha poi preso il destro per spiegare forma e organizzazione delle tradizionali congreghe mafiose: Cosa Nostra e ‘ndrangheta. Ha sottolineato l’importanza storica del maxiprocesso condotto dal pool di Palermo, perché si è stabilito una volta per tutte, con tanto di vaglio della Cassazione, l’esistenza dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra. Dopo essersi soffermata sulla mafia siciliana, la Boccassini è quindi arrivata a illustrare le differenze con la ‘ndrangheta, dove l’appartenenza su base familistica condiziona organigrammi, business e finanche l’attività repressiva dello Stato, vista la poca presenza di collaboratori di giustizia, dissuasi dal tradire la logica dell’omertà, in ragione del vincolo di sangue che lega gli adepti tra di loro. Particolare interesse ha suscitato tra gli studenti la lettura dei giuramenti che i nuovi affiliati devono pronunciare al momento dell’ingresso nella cosche calabresi.

Il racconto sulla ‘ndrangheta è servita al procuratore aggiunto di Milano per arrivare ai giorni nostri e parlare di quello che l’operazione Infinito – Crimine ha disvelato in riferimento a Milano e alla Lombardia: «Il radicamento delle cosche calabresi al nord c’era già: solo oggi possiamo capire cosa significa realmente. C’è stato un buco investigativo ed è mancato un metodo nelle indagini». Ora, grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche, si sono ricostruiti i summit di mafia – uno dei quali tenutosi all’interno di un circolo intitolato a Falcone e Borsellino – e i complessi giri di usura ed estorsioni, fino ad arrivare alle complici collusioni di imprenditori e titolari di azienda. Ad alcuni di loro è stato contestato il reato di favoreggiamento con l’aggravante di averlo fatto nei riguardi di associazioni mafiose. Ora il processo che si apre nei prossimi giorni vaglierà la solidità delle prove raccolte dalla Procura di Milano.

Un sincero apprezzamento ha poi rivolto alle scelte di Confindustria a livello nazionale e Assoimpredil in Lombardia, per la volontà espressa di voler adottare codici etici e provvedimenti di allontanamento per quanti scendono a patti con le cosche. Nella replica alle tante domande rivolte dal pubblico di studenti e cittadini, la Boccassini ha potuto parlare di federalismo fiscale e di mafie straniere, delle norme che mancano nel nostro ordinamento e del peso di tradizione, cultura e opinioni religiose su proliferare di mafie e corruzione nel nostro Paese. Sulla trattativa tra Stato e mafia, il giudice ha dichiarato di voler attendere il risultato delle indagini in corso che stanno offrendo uno spaccato completamente nuovo di quegli anni, ma non si è tirata indietro dall’esprimere le proprie personali perplessità per le dichiarazioni di alcuni collaboratori e, in particolare, di Massimo Ciancimino.

Invitando i giovani presenti a non farsi condizionare dal senso comune, ma ad impegnarsi con coerenza e passione, la Bocccassini ha ricordato loro che: «La magistratura non supplisce alle carenze della società, ma interviene di fronte alla commissione dei reati». Per questo ha terminato esprimendo un auspicio: «Voglio lavorare per un mondo migliore, ma dobbiamo essere messi nella condizione di lavorare sereni, lontani dai riflettori. Credo nello Stato, nel mio lavoro e sono orgogliosa di essere cittadina italiana».

Una vera e propria “lezione di mafia” quella di ieri, nella tradizione di una magistratura che, seppure sotto attacco, non dovrebbe mai essere messa a tacere, ma anzi nelle condizioni di esprimere il proprio parere, di offrire il proprio sapere alla cittadinanza e alle nuove generazioni. Nel solco di magistrati come Rocco Chinnici e Nino Caponnetto che amavano incontrare studenti, scout e giovani, nonostante impegni e acciacchi. Nel ricordo di Paolo Borsellino che, il giorno in cui venne ucciso, nelle prime ore dell’alba, scriveva ad una professoressa per scusarsi della sua mancata presenza ad un incontro con gli studenti, dovuto ad improrogabili impegni di ufficio.

Nel segno di Giovanni Falcone, che proprio mentre progettava le nuove norme contro la mafia, negli ultimi anni della sua vita collaborava con un quotidiano come “La Stampa” e offriva la propria consulenza alla trasmissione in onda su Rai 2 e condotta da Alberto La Volpe, intitolata, non a caso proprio “Lezioni di mafia”.

Link: Lezioni di mafia (1992)