“Ti devi fare gli affari tuoi”, è così che due uomini col volto coperto da un passamontagna hanno avvicinato Paolo Borrometi, collaboratore dell’Agi e direttore del quotidiano online La Spia, e l’hanno aggredito malmenandolo. È successo a Modica, il 16 aprile scorso, nella casa di campagna del cronista ragusano. Il segnale voleva essere forte e chiaro: stare alla larga da ciò che non lo riguarda, smettere di fare inchieste e smettere soprattutto di portare alla luce le vicende criminali di chiara matrice mafiosa che imperversano nel ragusano. Smettere di fare informazione, quindi.
Questa è una storia di ordinaria mafiosità. L’intimidazione a Borrometi è arrivata due giorni dopo che il giornalista, in una trasmissione della Rai, aveva osato sollecitare gli inquirenti affinché si impegnassero a trovare i colpevoli della morte di un uomo di Vittoria. Come si addice ad un giornalista cui ciò che preme maggiormente è la verità, Borrometi aveva, in quella stessa occasione, denunciato il contesto omertuoso in cui venivano svolte le indagini. Subito dopo, puntuale, è arrivata l’aggressione: quel 16 aprile, come ogni giorno, il giornalista si era recato in contrada Ricciola, nella sua proprietà di campagna in cui Borrometi tiene il cane. I due uomini dal volto coperto hanno atteso che il cronista desse loro le spalle, nell’entrare in casa, per poi attaccarlo alle spalle: uno dei due gli teneva la bocca chiusa torcendogli il braccio con veemenza, l’altro lo prendeva a calci. Nel frattempo gli veniva esplicitato il perché di quella cortese visita: non andava bene che s’impicciasse degli affari altrui. Una volta lasciato, Borrometi ha chiamato le forze dell’ordine e i soccorsi, che giunti hanno raccolto la deposizione del giornalista. Il referto dei medici ha riportato diversi ematomi ed ecchimosi, oltre alla frattura alla cuffia della spalla e del deltoide. Borrometi dovrà subire, in conseguenza di ciò, un intervento delicato per la ricostruzione dei tendini. Prognosi prevista: 9 mesi.
È stato l’ultimo atto di una storia cominciata mesi fa: Ivano Inglese, incensurato, è stato ucciso più di un anno e mezzo fa a Vittoria, in una contrada in campagna con la triste fama di zona di omicidi del clan Carbonaro-Dominante, che controlla il territorio. Borrometi si è limitato a far presente pubblicamente che, a distanza di un tempo ragionevolmente lungo, ancora non era stata fatta luce sulla questione. E una madre piange un figlio senza avere il diritto di sapere il perché di quella morte e chi ha deciso che quella vita andasse spezzata. Le telefonate minatorie arrivano subito e si sussguono, la richiesta è sempre la stessa, la voce e il dialetto pure: “fatti gli affari tuoi”. Borrometi denuncia – in un articolo dell’11 aprile – la “forma di mafia più grande”: si scaglia contro l’omertà che ormai fa da filo rosso ai tanti atti mafiosi di cui il ragusano è vittima.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha suscitato la violenta reazione di Cosa nostra è stata la partecipazione del 14 aprile di Borrometi al programma Rai “Affari Tuoi”, insieme alla madre di Inglese: “l’omertà già di per sé è mafia. Qualcuno avrà visto qualcosa in più ed è arrivato il momento che parli”. L’oltraggio è stato esplicito, diretto e a reti unificate. Se il cronista impiccione non l’ha capito con le buone, sarà il caso che l’ammonimento sia sensibilmente più deciso. Perciò l’agguato di due giorni dopo. Borrometi non era nuovo ad attacchi simili, infatti, già lo scorso ottobre gli era stata danneggiata l’auto e, anche lì, gli autori del graffito non ci erano andati tanto per il sottile, facendo campeggiare una bella scritta “stai attento” sull’autovettura.
L’imbarazzante silenzio seguito a quello e quest’ultimo attacco lascia percepire l’assenza pesante di una presa di posizione forte della politica. A parte l’appoggio della polizia e l’eccezione delle dichiarazioni di Pina Picierno (responsabile legalità del PD), un silenzio tombale è caduto su fatti che proprio non andrebbero taciuti. E così la “non reazione” è, per gli intimidatori, la conferma che l’intimidazione ha funzionato. Borrometi, però, sembra non lasciarsi intimorire dall’agguato né dal silenzio, “non mi faccio mettere il bavaglio”, dice. E lo spezza, lo squarta questo silenzio inquietante con parole che rispecchiano bene non solo la situazione di una Sicilia abbandonata a sé stessa da una politica muta e cieca, ma di un’informazione vera e giusta ormai orfana: “La nostra Terra non può essere solo terra di eroi, lapidi e commemorazioni. Non ci si può indignare solo quattro o cinque volte l’anno, in occasione dei giorni della memoria di Falcone, Borsellino, Impastato, Fava ed altri grandi uomini, che rischiano di essere considerati tali solo in quelle occasioni. Le loro idee devono davvero camminare sulle nostre gambe. È il loro esempio che va preso, abbracciato, sposato. Non quello di alcuni silenzi, tanto assordanti quanto imbarazzanti, questa Terra ha bisogno. Non bisogna offrire la pericolosissima sensazione di voltarsi dall’altra parte. Abbiate coraggio, non chinate la testa! Perché, come diceva Peppino Impastato, ‘la mafia è una montagna di merda’ “.
Allora, alla luce dei fatti e di queste parole, quella della mafia è, ancora una volta, un’azione dettata dalla paura. Perché, fin quando esisteranno giornalisti e coscienze come Paolo Borrometi, pronti a resistere e a scavare affinché prevalga la giustizia, la mafia vedrà il terreno solido di quella Sicilia soggiogata sgretolarsi sotto i propri piedi.



