All’ingresso di Casal di
Principe da alcuni giorni è stato posto un cartello con il quale si
da il benvenuti e si indica, finalmente, che quel paese tristemente
noto alle cronache nazionali per fatti violenti, è “il paese nativo
di Don Peppe Diana” e che anche li “uniti nella legalità si vince”.
Don Peppe Diana era un sacerdote
che la camorra ha assassinato quattordici anni fa. Un prete coraggioso
diverso da tantissimi suoi colleghi che preferivano rimanere nelle sagrestie
delle proprie parrocchie che incontrare, invece, la popolazione tra
le strade, lontano dal profumo dell’incenso ma, senza dubbio, proprio
dove quei problemi quotidiani affliggono i territori di frontiera. Non
a caso, quella mattina del 19 marzo del 1994, la mano del killer sparò
i colpi fatali proprio all’interno della sagrestia dove Don Peppe
si trovava pronto ad indossare gli abiti talari per celebrare
la messa del mattino. Un segnale preciso per tutti quanti gli altri
sacerdoti: “Dovete rimanere nelle sagrestie, predicare dagli altari
e non fare nulla di più”.
Gli anni successivi furono
difficili perché si cercò, sistematicamente, di infangarne la memoria
fino a quando un quotidiano locale, il Corriere di Caserta, definì
con un titolo scandaloso, pubblicato in prima pagina, che “Don Peppe
Diana era un camorrista”.
Il ricordo di Don Peppe, durante
tutti questi anni, non si è affievolito, anzi la sua figura continua
a dar fastidio ad una grossa fetta di società civile che preferisce
tacere, nonostante l’esecutore materiale ed i suoi complici siano
stati tutti definitivamente condannati, e non prendere atto di quella’azione
sociale e culturale di cui si stava rendendo protagonista. All’antitesi
di un collegiale silenzio, del quale si rende protagonista, senza giustificazioni,
anche il Clero vi è un’ampia e corposa parte di cittadinanza, riunitasi
anche nel Comitato a lui dedicato, che prosegue, proficuamente a mettere
in atto quegli insegnamenti che Don Peppe, insieme ad altri sacerdoti
della Faronia di Casal di Principe, aveva trascritto in un documento
che fu reso pubblico e che a tanti, anzi troppi, non piacque.
Diciamolo chiaramente, parlare
di Don Peppe Diana a Casal Di Principe risulta ancora difficile, significa
essere, proprio come dice la popolazione locale, quando a micrfoni spenti
parla di camorra, “essere dentro oppure esserne completamente fuori”.
Insomma parlare di Don Peppe Diana, a quattordici anni dalla sua morte,
vuol dire, fare una scelta di parte, schierarsi con una o l’altra
fazione. Le presentazioni dei libri, a lui dedicati, continuano ad essere
disertate, la politica preferisce non presenziare, se non con qualche
obbligata rappresentanza alle manifestazioni che il coordinamento di
Libera Caserta e del Comitato Don Peppe Diana continuano ad organizzare.
Anche il neonato festival, “Le terre di Don Peppe Diana”, la cui
prima edizione si è svolta nel giugno scorso, e che per la prima volta
in Italia ha utilizzato per queste iniziative i beni confiscati ai boss,
non ha ricevuto alcun sostanziale sostegno. Addirittura anche la Chiesa,
che in questi territori dovrebbe chiaramente far capire che cosa vuol
rappresentare, continua a chiedere “prudenza”, quando si parla di
Don Peppe. Sarebbe il caso, dunque, che in occasione del quindicesimo
anniversario della morte, che vedrà l’intervento anche del presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano, si pensi definitivamente all’avvio
di un processo di beatificazione. Questa sarebbe una grande scelta di
parte.
Proprio alla luce di ciò annotiamo
con piacere l’installazione di questo cartello all’ingresso del
paese al quale, però, ci ha tenuto a sottolineare il sindaco Cipriano
Cristiano ne seguiranno altri due “perché qui ci sono tanti cittadini
onesti”. Un’inversione di marcia? Una presa di coscienza che anche
con azioni simboliche e coraggiose realizzate dalla politica qui, nel
terra dei boss di uno dei clan più feroci dell’Italia meridionale
si possa avviare quel processo di cambiamento e di emancipazione che
possono svilupparsi solo con il concreto e severo impegno di tutte le
forze presenti non solo in loco? Se tutto questo non appartiene alla
solita passarella politica o ad azioni salva poltrone, la Giunta guidata
da Cristiano non gode di ottima salute, ce lo dirà il tempo giudice
sempre bavo e puntuale. L’installazione del cartello è avvenuta in
sordina, lontano dai riflettori e il cosiddetto taglio del nastro è
avvenuto senza alcuna cerimonia.
Anche quest’inzio non appare,
nonostante il coraggio dimostrato, dei più incoraggianti.



