Quello della Colombia è il conflitto armato più antico del continente latinoamericano. Da più di 50 anni si confrontano sul terreno le forze della guerriglia contro l’esercito e le AUC, gruppi di estrema destra alleati e sostenuti dai cartelli della droga. Sono migliaia le vittime di questo conflitto che peraltro ha ostacolato pesantemente ogni tipo di sviluppo di un Paese dalle splendide ed enormi potenzialità. Ma da un paio di anni sono iniziati a L’Avana i colloqui di pace che hanno messo attorno allo stesso tavolo non solo i soggetti armati, ma anche le vittime di ciascuno schieramento. Un motivo di speranza che conosce alti e bassi, ma che prosegue a dispetto di ogni previsione. Lo scorso anno persino le elezioni presidenziali che vedevano contrapposti i candidati del partito della destra di Uribe e quello moderato di Santos, si giocarono principalmente sul tema dei dialoghi di pace. Il candidato della destra Zuluaga era assolutamente contrario ad ogni trattativa con i guerriglieri e il Presidente uscente Juan Manuel Santos, che poi ha vinto, sosteneva l’importanza di un dialogo che potesse condurre ad una pace negoziata, stabile e duratura per il Paese. Notizia di ieri è che Óscar Iván Zuluaga sia stato messo sotto processo perché si è scoperto che, servendosi di un abile hacker informatico, spiava le trattative in corso nel tentativo di boicottarle. A volte la pace fa più paura della guerra. Oppure più semplicemente la guerra produce maggiori profitti (economici, di consenso, di potere) della pace.
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