Come si deve fare. Nell’èra di Trump e Musk, rispettare le regole è un dovere

Musk e trump

Le regole, bisogna partire dalle regole.

A dirlo oggi, con le follie in arrivo da oltreoceano, con il trionfo insolente della forza bruta, viene perfino da ridere. Ma con dolore. Perché il mondo delle convenzioni e dei protocolli sarà anche stato noioso e barocco, ma ha rappresentato un progetto di minimo rispetto reciproco.

Per questo non mi rassegno. E cerco almeno di esercitare sulle cose minime una microscopica capacità di influenza con i miei affini. Ecco dunque, rivolte a loro, due piccole ma non insignificanti regole.

Prima regola: ovvero questo “si fa”.

La scorsa settimana ho ammirato una professoressa di un istituto industriale statale di Monza, l’Hensemberger. Invitato a parlare di legalità, mi sono trovato davanti classi attente e preparate, alcune delle quali in procinto di fare un viaggio a Palermo, sui luoghi del grande e sanguinoso conflitto civile che molti di noi ricordano.

Già questo contesto di serietà ha un valore. Perché quando si invita qualcuno, non lo si mette a confronto con ragazzi digiuni di conoscenze, di cui devi conquistare l’attenzione con colpi di teatro o di demagogia, anziché farli pensare di più, come sarebbe tuo dovere.

Ecco, ho ammirato la prof di cui sto parlando perché ha dimostrato di saperlo benissimo. Così non si è seduta con colleghi e colleghe per commentare insieme. Ma da subito se ne è stata in piedi, sostando o camminando attenta avanti e indietro, giusto per ricordare agli studenti che quella era scuola, anzi uno speciale momento di scuola, non una gita o un piacevole e lungo intervallo. E, come lei, altre e altri prof.

Compiendo un piccolo ma significativo sforzo collettivo per dare un senso alla presenza dell’ospite, non certo andato nella loro scuola perché non avesse nulla di meglio da fare.

Ecco, ho pensato, così si fa. Così avessero fatto tutti, in questi decenni di non sempre utile “educazione alla legalità”. Saremmo dentro un’altra storia. Perché senza serietà non c’è cultura. O meglio, c’è esattamente la cultura che dovremmo combattere.

Fatta di superficialità e indolenza, di complicità innocenti, di buona finzione. La società dell’apparenza. Così ho pensato che lì in quel momento, in quell’istituto tecnico industriale della Brianza, non nel famoso liceo classico della metropoli, c’era l’Italia che vorremmo.

Seconda regola: ovvero questo (invece) non si fa.

Non è possibile che gli uffici stampa e la comunicazione delle imprese e degli enti pubblici (non parliamo del terzo settore) vengano affidati così frequentemente a chi è senza arte né parte.

Nessuna esperienza? Niente studi faticosi? Vai alla comunicazione. Un po’ come quando giocando a pallone si diceva al più brocco “tu ti metti in porta”. Un retaggio del boom industriale.

Ma che senso ha oggi che -come ogni giorno ripetiamo- siamo nella società della comunicazione? Come si può mettere una funzione che noi stessi consideriamo fondamentale nelle mani di persone senza professione, magari perché giovani e di bella presenza?

Il risultato è una perdita di immagine, a volte crolli impietosi di reputazione. Comunicati stampa senza sintassi, telefonate da persone che non sanno nulla delle cose di cui devono parlarti, e anzi capaci di dirti che “questo non l’abbiamo ancora finalizzato” o di chiederti se hai mai “attenzionato” quel fenomeno. O che addirittura (mi è capitato, giuro) ti citano un libro senza nemmeno sospettare che l’abbia scritto tu.

Il declino inizia, o si conferma, da queste cose. Dal linguaggio che perde valore. O forse oggi in cima al mondo il declino non sta nelle parole che si rovesciano di senso, negli aggressori che diventano aggrediti, nei fascisti che accusano di violenza la cultura liberale?

Ecco allora la regola generale. Non malmenate la serietà perché tutto diventerà un circo, non malmenate la lingua perché tutto diventerà una menzogna. Meditate gente, meditate.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 03/03/2025