Cristina, suicidato dalla mafia

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Ossigeno – Nel 53.mo anniversario dalla morte Termini Imerese ha ricordato il giornalista concittadino Cosimo Cristina “suicidato” dalla mafia nel 1960, con un’iniziativa organizzata dall’IISS “Stenio”, dal giornale locale ‘Espero’ e dal Forum delle Associazioni della cittadina imerese. Insieme ai ragazzi dell’Istituto superiore, a ricordarne la figura e il lavoro, c’erano, fra gli altri: Luciano Mirone, giornalista e scrittore, autore del libro ‘Gli Insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza’; Alfonso Lo Cascio, direttore di ‘Espero’: Alessio Collovà, presidente dell’associazione Antiracket di Termini Imerese e la sorella del giornalista, Francesca Cristina

Solo da qualche anno, dopo decenni di silenzio, la sua città natale ha cominciato a commemorare l’anniversario della morte del giornalista.  “Nel 1993 – ha raccontato il direttore di ‘Espero’, Lo Cascio – quando presentammo il libro di Luciano Mirone  fu evidente che alcuni non gradivano l’intenzione di parlare di Cosimo Cristina per fare conoscere ai giovani la sua figura, il suo impegno civile e professionale contro la mafia. Qualcuno cercò di sabotare l’iniziativa mettendo in giro la voce che la presentazione fosse stata annullata e fornendo informazioni sbagliate a chi chiedeva quando e dove si sarebbe svolta”. A Termini Imerese, Cosimo Cristina era stato dimenticato. “Io sono di Termini –  racconta Lo Cascio –  ma per la prima volta ho sentito parlare di Cosimo Cristina a Palermo, nel 1982, nel corso di una riunione del coordinamento antimafia di cui facevo parte”. 

IL GIORNALISTA – Cosimo Cristina era nato nel 1935. Quando fu ucciso aveva 25 anni ed era un giornalista di valore. Era corrispondente de ‘L’Ora’ di Palermo, aveva scritto per ‘Il Giorno’ di Milano, per ‘Il Messaggero’ di Roma e per ‘Il Gazzettino’ di Venezia. Nel ’59, per dare spazio e diffusione a notizie sulla sua città che non trovavano spazio,  aveva fondato il periodico locale ‘Prospettive Siciliane’. Fin dal primo numero aveva degli obiettivi chiari che enunciò nell’editoriale: “Con spirito di assoluta obiettività, in piena indipendenza da partiti e uomini politici, ci proponiamo di trattare e discutere tutti i problemi interessanti dell’Isola, avendo come nostro motto: senza peli sulla lingua. Tutto questo perché noi vogliamo che la Sicilia non sia solo quella folcloristica delle cartoline lucide e stereotipate, né quella delle varie figurazioni a rotocalco e di certa stampa deteriore, per intenderci la Sicilia di Don Calò Vizzini e di Giuliano, ma la Sicilia che faticosamente si fa strada come pulsante cantiere di lavoro e di rinnovamento industriale”

Cosimo era proprio un giornalista “senza peli sulla lingua”, non riusciva a concepire che nessuno parlasse della nuova mafia, spregiudicata ed aggressiva, che con angherie, abusi e delitti stava mettendo piede nella sua tranquilla cittadina, la città natale di Girolamo Li Causi che all’epoca viveva ancora di pesca ed agricoltura (lo stabilimento Fiat sarebbe sorto solo nel 1970).

Era inconcepibile per Cosimo e infatti lui cominciò a parlare dei misfatti della mafia di Termini Imerese e di Caccamo e delle sue ramificazioni sul territorio, e non accolse i “consigli” che gli furono dati di lasciare perdere. Sfidò mafiosi prepotenti e sanguinari che decisero di metterlo a tacere per sempre.

LA MORTE – Il 3 maggio del 1960 il giornalista che siglava i suoi articoli con la sigla Co. Cri. scomparve misteriosamente. Il suo corpo senza vita fu ritrovato dopo due giorni di ricerche. Giaceva abbandonato sulla linea ferroviaria Termini-Trabia all’interno della Galleria “Fossola”. Il caso fu archiviato frettolosamente come un suicidio, sebbene tutte le circostanze dicessero che quell’ipotesi era inverosimile. Non fu fatta neppure l’autopsia. L’impegno di Cosimo Cristina fu oscurato e la sua esistenza fu cancellata dalla memoria dei concittadini.

LA MEMORIA – Vani furono gli sforzi dei giornalisti dell’Ora di Palermo, del cronista del giornale di Sicilia Mario Francese (ucciso dalla mafia il 26 gennaio 1979), di parenti e amici di far risultare che il suicidio mascherava un omicidio. Nel 1966 il vice questore di Palermo Angelo Mangano in un rapporto indicò le circostanze dell’omicidio e i mandanti politici e mafiosi, ma il rapporto fu insabbiato. Nel 1999 il rapporto fu scoperto e riproposto dal giornalista Luciano Mirone che fece esaminare il referto dell’autopsia che era stata eseguita sei anni dopo il delitto, trovando varie incongruenze.

“Il giorno seguente al ritrovamento del corpo di Cosimo Cristina”, ha detto l’altro giorno Mirone ai ragazzi presenti alla commemorazione – il padre di Cosimo implorò il parroco di celebrare i funerali religiosi del figlio, di non credere che si fosse suicidato”. Il sacerdote rifiutò e rifiutò anche di celebrare una messa in suffragio. Il corpo di Cosimo fu trasportato al cimitero su un carro comune, “come se si trattasse di un appestato”. “Non fu portato all’istituto di medicina legale per l’autopsia come sarebbe stato normale, ma al cimitero”.

“La verità era già stata confezionata, questo ragazzo doveva essere un suicida – ha spiegato Mirone -. Entrò subito in gioco la tecnica mafiosa di mescolare la verità alla menzogna. Cominciò l’insabbiamento, come per  tutti gli altri giornalisti uccisi”. L’insabbiamento e la delegittimazione sono tecniche mafiose ben rodate, usate per la maggior parte delle vittime, per far credere che non sono state uccise a causa della loro attività antimafia, del loro impegno civile, ma per motivi molto meno nobili.  Con Cosimo Cristina il meccanismo funzionò bene. Si riuscì a fare credere che si fosse veramente suicidato perché era disperato, perché aveva perso da poco il lavoro di cui viveva e a causa di alcune querele che pendevano.

“Noi lo ricorderemo ogni anno – ha detto Alfonso Lo Cascio – perché una comunità risorge nel momento in cui sa che nella propria storia ci sono personaggi positivi da ricordare”.

 – OSSIGENO