
Mentre va aumentando di ora in ora l’attesa per il verdetto nel processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri, sempre a Palermo, si presenta in dirittura d’arrivo un altro processo ad un altro senatore. Questa volta siamo davanti al Giudice dell’udienza preliminare Vittorio Anania e il procedimento che si svolge con rito abbreviato è quello per il reato di concorso in associazione mafiosa, che sarebbe stato commesso dall’ex governatore della Sicilia, Salvatore “Totò” Cuffaro che oggi siede tra gli scranni del Senato, tra le file dell’UDC.
Il sostituto procuratore Nino Di Matteo, che rappresenta in aula la pubblica accusa con il collega Francesco Del Bene, ha chiuso questa mattina la sua requisitoria, chiedendo dieci anni di condanna per il senatore. Una richiesta di pena commisurata alla scelta di accedere al rito abbreviato, che prevede di per sé stessa una riduzione di un terzo della pena. Non ha inciso sulla richiesta finale del pm la concessione delle attenuanti generiche che, al contrario, sono state negate in ragione della gravità dei fatti contestati e dalla concomitante carica ricoperta all’epoca da Cuffaro: infatti, in qualità di governatore dell’isola avrebbe potuto partecipare anche al Consiglio dei ministri.
La pubblica accusa ritiene di aver portato le prove che il sistema di controinformazioni che sarebbe stato architettato da Cuffaro era volto a scoprire l’esistenza di indagini sui rapporti tra mafia e politica e a darne tempestivamente notizia agli interessati, per vanificarne l’esito. Un sistema i cui cardini fondamentali erano Antonio Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri e poi deputato regionale per l’UDC, Giorgio Riolo, carabiniere in forza al Ros, e Giuseppe Ciuro, maresciallo della Finanza, tra i più stretti collaboratori dei magistrati della DDA palermitana.
Un nuovo processo dopo quello giunto in esito all’operazione contro le cosiddette “talpe in procura” che risale al 5 novembre 2003. In manette allora finiscono Ciuro, Riolo e l’ingegnere Aiello, mentre nell’inchiesta finiscono anche insospettabili, quali medici e vigili urbani, nonché personale del Tribunale di Palermo. E la tempesta giudiziaria si abbatte anche su Cuffaro, all’epoca alla guida della regione Sicilia. Nel gennaio del 2008 arriva la sentenza di primo grado: condanne per tutti, Cuffaro compreso (5 anni di carcere), anche se i giudici non gli attribuiscono il favoreggiamento di Cosa Nostra. Risalgono a quei giorni le polemiche per le foto che ritraggono il politico mentre offre cannoli ai collaboratori per festeggiare lo scampato pericolo. Nonostante la sua maggioranza respinga la mozione di sfiducia del centrosinistra, Totò “vasa vasa” allora lascia la Regione e viene eletto in Senato. Nel gennaio di quest’anno, arriva la condanna in appello che rimette in discussione l’originaria accusa: il consapevole favoreggiamento esercitato dall’ex governatore nei riguardi di Cosa Nostra. Gli anni di carcere diventano nel frattempo sette. Cuffaro annuncia ricorso e lascia tutti gli incarichi di partito.
Oggi il senatore affronta questa nuova prova in aula, alla luce delle nuove rivelazioni che hanno portato nell’ottobre del 2009 alla notifica di una nuova richiesta di rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa.
Un patto scellerato tra mafia e politica che sarebbe attivo fin dal 1991, se si presta attenzione a quanto è stato riscontrato in aula in esito all’escussione di testimoni e collaboratori di giustizia, tra cui Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici dei corleonesi. Secondo l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate, Francesco Campanella, un tempo organico alla cosca dei Mandalà e oggi collaboratore di giustizia, la relazione tra i boss e Cuffaro non è stato “un evento sporadico e casuale ma piuttosto interno al patto politico – elettorale – mafioso”.
È soprattutto dalla ricostruzione dei rapporti tra Cuffaro e Michele Aiello, che nasce imprenditore edile per poi riciclarsi nell’altrettanto remunerativo settore della sanità, che emerge la prova della vicinanza del senatore dell’UDC ai capi della mafia, Provenzano in primis. Aiello avrebbe stretto un rapporto di stretta collaborazione con Provenzano, stando anche a quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Nino Giuffrè. Se la mafia garantiva affari e protezione, l’imprenditore in cambio offriva servizi strategici: la partecipazione ad importanti appalti, l’ingresso nel mondo della sanità, l’assunzione di personale fidato dei boss e, soprattutto le relazioni con il mondo politico ed economico che conta nell’isola, tanto da poter essere considerato “un importante anello di congiunzione tra Cosa nostra e Salvatore Cuffaro”.
Quest’ultimo, a sua volta, lucrava dai rapporti con Aiello, la possibilità di contare su un comodo bacino di voti e anche un ritorno sul piano personale ed economico. Non solo le strutture sanitarie erano a disposizione per favori al suo elettorato, ma anche è ipotizzabile, seppure non sia stato provato, un rapporto societario di fatto tra i due. Cuffaro si è difeso parlato solo di segnalazioni per alcuni esami in favore di amici, “così come facevano anche altri politici e magistrati”, mentre rimane da chiarire il passaggio di alcune quote societarie di un laboratorio d’analisi dalla moglie del senatore allo stesso Aiello.
Al contrario è stata raggiunta la prova di un indebito vantaggio per l’imprenditore risultato essere in affari con i boss: “l’introduzione di un nuovo nomenclatore tariffario di radioterapia per le struttura convenzionate che includeva le cinque principali prestazioni eseguite nelle cliniche di Aiello, prima non presenti nel tariffario”.
Nel corso delle udienze è stato riferito anche della confidenza fatta da Campanella all’avvocato Giovanbattista Bruno, figlio dell’ex capo di gabinetto del sottosegretario al ministero della Giustizia, Marianna Li Calzi. Nel 2003 Campanella avrebbe detto a Bruno di aver saputo di indagini a suo carico proprio da Cuffaro: “Hai visto come e’ andata a finire? Cuffaro mi ha detto che indagavano su di me e l’avviso di garanzia alla fine l’hanno mandato a lui…”.
Una nuova testimonianza che servirebbe a negare la tesi del “ne bis in idem” avanzata dalla difesa di Cuffaro che chiede il proscioglimento, in quanto le accuse sarebbero le stesse del processo alle“talpe”. Infatti secondo Di Matteo “questo episodio raccontato da Bruno non ha mai formato oggetto di contestazione. Ma non lo possiamo non considerare. È la conferma di un ulteriore reato, che se fosse solo si potrebbe configurare come favoreggiamento, ma messo assieme agli altri porta all’accusa di concorso in associazione mafiosa”.
In aula questa mattina anche l’ex governatore che, uscendo in compagnia dei suoi avvocati, si è detto fiducioso sulla possibilità di rintuzzare punto per punto le accuse dei pm palermitani: “è chiaro che non condividiamo le loro conclusioni e che, insieme ai miei avvocati, porteremo il nostro contributo per fare emergere la verità”.
Da Dell’Utri a Cuffaro, ancora una volta finiscono sotto i riflettori processuali le prove del patto tra mafia e politica. Reggeranno fino in fondo questa volta e troveranno conferma nelle sentenze?
I precedenti non sono incoraggianti, l’ala militare viene regolarmente colpita e condannata, mentre continuano a sfuggire al vaglio processuale i nessi tra mafia e politica. Quando poi vengono provati, come nel caso Andreotti, scatta la controffensiva della mala informazione che trasforma una condanna e una prescrizione in una piena assoluzione.



