Il furto alcuni giorni fa di circa 65 milioni di dollari in bitcoin (120mila pezzi) in danno della Bitfinex, sito di scambio con sede a Hong Kong, ha riacceso i riflettori sull’utilizzo delle monete virtuali nel mondo, sulla loro affidabilità e sulla precarietà dei sistemi di sicurezza. Dopo la notizia, le quotazioni della moneta hanno perso il 22% del valore scendendo a 480 dollari (nel 2013 aveva raggiunto una quotazione media di oltre 900 dollari). Già a giugno scorso, un altro attacco informatico a un fondo di investimento americano aveva causato la sottrazione di circa 50milioni di dollari in Ether, altra moneta virtuale concorrente con bitcoin. Va dunque scemando l’entusiasmo che aveva accompagnato, alcuni anni fa, la nascita delle criptovalute.
Bitcoin, creata nel 2009 da una persona che la letteratura su internet ha fatto risalire ad un anonimo che si sarebbe nascosto dietro lo pseudonimo giapponese Satoshi Nakamoto, non è su carta e non c’è, quindi, nessuna banca centrale che la emetta. Il valore di un bitcoin, lo ricordiamo, è interamente affidato alle leggi della domanda e dell’offerta e la moneta è “coniata”, con un limite di liquidità programmata (21milioni entro il 2033) dai “miners” (minatori), operatori on line, attraverso una complessa procedura matematica del computer personale con la possibilità di trasferirli attraverso internet e in cambio di una “fee” (remunerazione), a chiunque disponga di un indirizzo bitcoin. Al di là dei problemi, non irrilevanti, connessi ad una moneta che non ha nessuna stabilità, i cyber criminali sono sempre in agguato e i furti di bitcoin si stanno verificando con buona frequenza e con gravissime perdite. Già nel 2015, BIPS, un gestore di servizi finanziari, aveva denunciato una sottrazione di 1.295 bitcoin, pari a circa 775 mila euro (con alcune migliaia di utenti coinvolti), per una smagliatura nel sistema di sicurezza.
Da qualche tempo anche la stampa italiana, non solo quella specializzata, ha dedicato attenzione ai bitcoin. È un dato di fatto che già un anno fa, anche in Italia, diversi esercizi commerciali li hanno adottati come emerge sul sito coinmap.org. Questa smania di denaro virtuale ha determinato presto le imitazioni. Sono nate, così, nel 2011, la Litecoin, quindi la Worldcoin, Namecoin, Hobonickels e, successivamente, Gridcoin, Fireflycoin, Zeuscoin, Annoncoin e persino Sexcoin. La loro molteplicità ha consentito di creare un “exchange”: Cryptsy è un mercato nel quale vengono negoziate una sessantina di queste valute digitali. Per verificare, poi, che le transazioni in bitcoin siano valide e autentiche, si è andato perfezionando una sorta di registro (blockchain) che attraverso calcoli matematici darebbe questa garanzia conservando traccia di tutte le operazioni effettuate. Occorre, tuttavia, molta prudenza. Le monete virtuali, nello spazio (virtuale) dove avvengono giornalmente migliaia di trattative illecite, possono determinare truffe, forti speculazioni e infiltrazioni criminali anche per complesse operazioni di riciclaggio internazionale. Tutto nell’anonimato. Le due operazioni condotte dal FBI nel corso del 2014, penetrando nel “dark web”, arrestando diverse persone per riciclaggio e traffico di droghe, chiudendo numerosi siti illegali e sequestrando bitcoin per circa tre milioni di dollari, sono la conferma di quanto affermato.
Un calo di entusiasmo sull’uso di bitcoin, in effetti, si era già avvertito a febbraio 2014 con il fallimento di Mt.Gox, il più grosso portale di cambio in bitcoin. Il furto di 120mila pezzi (circa 650milioni di dollari) aveva rovinato non pochi clienti e preoccupato molti investitori. Una settimana dopo era fallita un’altra piattaforma, di dimensioni più piccole, la Flexcoin. Ai primi di gennaio 2015, poi, dopo il furto, sempre ad opera di un hacker, di cinque milioni di dollari in bitcoin dalla Bistamp – la maggiore piattaforma europea, usata anche dagli italiani – sono stati congelati i depositi ed il sito non è più accessibile. Più recentemente (marzo 2016),Microsoft aveva annunciato la rinuncia all’uso dei bitcoin con una smentita ufficiale poche ore dopo. Situazione resa ancor più confusa dopo la dichiarazione di Mike Hearm, uno dei principali sviluppatori di bitcoin, che annunciava il fallimento dell’esperimento con la criptovaluta (cfr. art. di Christian Benna su inserto Affari e Finanza di La Repubblica del 21 marzo 2016). Anonymous, intanto, ha continuato nell’azione di sabotaggio dei siti su twitter legati allo Stato islamico e in questo contesto, alcuni mesi fa, la notizia del blocco di un portafoglio elettronico di circa tre milioni di bitcoin utilizzati nel deep web. Qualche approfondimento investigativo in questo ambito, con alcune specifiche, alte professionalità delle nostre forze di polizia, sarebbe molto interessante.
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