
Coordinare le indagini per garantire un flusso costante e aggiornato di informazioni in modo da monitorare il più compiutamente possibile tutti i segmenti del complesso fenomeno mafioso, che all’ombra dell’ondata terroristica avrebbe divorato nel frattempo il paese; garantire un’azione corale della magistratura che non avrebbe esposto singoli ad eventuali e violente azioni ritorsive. Dissero sì a questo metodo Rocco Chinnici prima e, dopo il suo assassinio per mano della mafia il 29 luglio del 1983, il successore Antonino Caponnetto quando sostennero la creazione del pool antimafia che istruì il primo maxi processo contro Cosa Nostra della storia giudiziaria del nostro paese. Ne facevano parte Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio 1992, Paolo Borsellino, ucciso 58 giorni dopo, il 19 luglio del 1992, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Mentre i Corleonesi segnavano a Palermo la loro ascesa criminale e continuavano a versare sangue, quello del poliziotto Boris Giuliano nel luglio del 1979 e del magistrato Gaetano Costa nell’agosto del 1980, quello del presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella (DC) nel 1980 e del sindacalista deputato Pio La Torre (PDCI) nel 1982, l’avvio del pool svelò equilibri ed intrecci criminali e pertanto chiamò altro sangue quello di Antonio Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, nell’estate del 1985.
Dopo il pentimento di Tommaso Buscetta, il processo avrebbe dato le prime forti risposte nel novembre 1987, nella Palermo amministrata dal sindaco Leoluca Orlando, oggi primo cittadino per la quarta volta, con 360 condanne ad oltre 2600 anni di carcere comminati. Un’esperienza naufragata qualche tempo dopo quando l’anima che l’aveva intuita quella di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci esattamente venti anni fa, fu trasferito a Roma, nominato direttore generale degli Affari Penali e quando nel dicembre 1986, l’amico e collega Paolo Borsellino fu nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. Per la mole di lavoro appena iniziato, il pool si avvalse anche di altri tre giudici istruttori Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte. Ma il vento era già decisamente cambiato.
L’eredità da raccogliere era di metodo e di documenti. Un milione di fogli processuali e di carte raccolti da Giovanni Falcone che intuì, quella che oggi è preziosa e assodata prassi investigativa, di seguire i flussi finanziari della mafia, destinata a diventare holding economica del crimine. Tutto questi non ebbe immediato seguito quando a lui fu preferito Antonino Meli alla guida del pool di Palermo e a deciderlo fu a maggioranza il CSM. All’epoca votò a favore l’attuale procuratore di Torino, alla guida anche della procura di Palermo proprio tra il 1993 ed il 1999, Giancarlo Caselli.
Forse il modo migliore per ricordare oggi Falcone è attraverso il segno che ha lasciato nella storia di chi, tra i tanti, questa piaga ha voluto combatterla davvero. Oggi la sfida è ancora aperta e gli strumenti con cui si combatte siano la Direzione Nazionale Antimafia (organo della Procura Generale presso la Corte di Cassazione istituito proprio nel 1991 e guidato dal Procuratore nazionale Antimafia), siano le DDA (26 procure della Repubblica presso i tribunali dei capoluoghi di distretto di corte d’appello), sia l’aggressione alla dimensione economica criminale della mafia, poi compiutasi nell’intuizione di Pio La torre con la confisca dei beni, sono il frutto di quell’incipit che porta il nome di coloro che anche nella memoria, come nel destino spietato, sono quasi inscindibili: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.



