
41 funzionari e dirigenti ad un passo dalla ‘ndrangheta. Per parentela o per conoscenza. 9 fra i consiglieri comunali. Non sono i numeri di una operazione giudiziaria in grande stile in un piccolo comune di provincia della Calabria, ma quelli della relazione prefettizia di 250 pagine (più 2000 allegati) che ieri sera ha portato il Consiglio dei ministri a sciogliere per “contiguità” con la ‘ndrangheta il comune di Reggio Calabria, guidato dal sindaco Pdl, Demetrio Arena. Il primo caso nella storia della nostra Repubblica, da quando è stata approvata 21 anni fa la legge che prevede l’atto amministrativo e preventivo dello scioglimento per infiltrazioni mafiose.
Il precedente storico per Reggio. Un precedente storico in realtà Reggio Calabria l’ha già vissuto – come scrive la Commissione antimafia della XV Legislatura – “e fu l’origine di tutto”. 1869. Quell’anno gli elettori della città di Reggio Calabria furono chiamati a votare per due volte. Le elezioni amministrative erano state annullate e si dovettero rifare. L’attiva presenza in campagna elettorale e durante le votazioni di elementi mafiosi aveva alterato il risultato della competizione. In quelle giornate si erano registrati anche fatti di sangue. Tra le altre persone colpite, anche un medico, sfregiato al volto in pieno giorno. Il fatto, per quei tempi era enorme e aveva suscitato scalpore e scandalo nell’opinione pubblica. Il prefetto di Reggio Calabria, che si era recato personalmente dalla vittima per verificare le circostanze dell’accaduto, era convinto, come scrisse in una relazione, che “lo sfregio” fosse stato fatto “per grane elettorali”. I giornali locali scrissero apertamente di mafiosi che giravano impunemente per le vie della città e denunciarono il fatto che i partiti fossero “obbligati a far transazioni con gente di equivoca rispettabilità”. «Siamo nel lontanissimo 1869 – commenta la Commissione antimafia guidata da Forgione nella relazione del 2008 – ma potremmo essere ai nostri giorni».
Il modello Reggio crolla a pezzi. Consiglieri, assessori, parenti di boss, municipalizzate e contributi a terzo settore, una ragnatela impressionante di contatti, annullava le distanze fra i boss e chi gestisce la cosa pubblica. La relazione della commissione d’accesso guidata dal prefetto Valerio Valenti che insieme ai colleghi ha dovuto valutare in sei mesi quali fossero i gradi di infiltrazione, i settori, i politici e le cosche protagoniste di questa “contiguità” oggi è alla base dell’atto “preventivo” a carattere amministrativo di scioglimento dell’amministrazione comunale. La notizia del provvedimento adottato dal Governo arriva nel tardo pomeriggio e coglie contro tempo la chiusura di molti giornali cartacei. La spunta su tutti il Fatto Quotidiano che con un ampio articolo a firma di Enrico Fierro e Lucio Musolino ripercorre con precisione questa commistione rintracciata nella relazione fra pezzi di Stato e cosche di ‘ndrangheta. Le due firme di punta del giornale diretto da Padellaro fanno i nomi e cognomi dei principali consiglieri e assessori comunali citati nella relazione, contribuendo con chiarezza a delineare una radiografica che non fa sconti a nessuno e che dà conto della situazione in cui veniva amministrata la cosa pubblica nella città dello Stretto, versante calabrese. Se da un lato ci sono i nomi dei politici coinvolti (fra questi: Pino Plutino, ex assessore all’Ambiente, Pasquale Morisani, assessore ai lavori pubblici, Luigi Tuccio, ex assessore accusato di aver favorito la latitanza del boss Condello, Giuseppe Martorano, anche lui assessore ma all’Anagrafe e alla protezione civile. E ancora, Roberto Nava, consigliere di maggioranza, Walter Curatola, Sebastiano Vecchio, presidente del Consiglio comunale e altri ancora) dall’altro spuntano quelli delle cosche più potenti della Calabria, nel reggino. Si va dai Condello, ai Tegano, dagli Alvaro, ai De Stefano. Sono famiglie al centro dell’attività investigativa dell’antimafia da decenni. Comprano attività commerciali, in Italia e all’estero, riciclando denaro sporco e occupando pezzi di economia legale del paese, trafficano droga e sono interfaccia con i cartelli colombiani del narcotraffico, hanno le mani in numerosi appalti pubblici, spesso nel settore della gestione dei rifiuti. E molto altro. Con il comune di Reggio Calabria salgono a 19 le amministrazioni locali che hanno ricevuto questo provvedimento dal consiglio dei Ministri da quando è in carica il governo tecnico, guidato da Mario Monti. Mentre la città di Reggio assiste a questo atto storico per la sua portata, altre cinque commissioni d’accesso sono al lavoro in Calabria per fare chiarezza nei comuni di Gerocarne e San Calogero in provincia di Vibo Valentia, nel reggino, fra Ardore, San Luca e Taurianova.
Il modello Reggio e il buco economico. Ammonterebbe ad una cifra che i quotidiani stamani (divergendo anche nelle diverse pagine di uno stesso giornale) fanno oscillare fra i 160 milioni e i 180 e che ha portato il ministro dell’Interno, ieri in conferenza stampa, ad aggiungere: “Noi saremo molto vicini alla città di Reggio Calabria per farla risorgere e speriamo che non si crei il dissesto perché comporterebbe sacrifici molto grossi per la città”. La missione è affidata ad una commissione che sarà in carica 18 mesi composta dal prefetto di Crotone, Vincenzo Panico, dal dirigente dei servizi ispettivi di finanza pubblica della Ragioneria generale dello Stato, Dante Piazza e dal vice prefetto Giuseppe Castaldo. Un rischio di dissesto economico già annunciato e macchiato di sangue. Nel dicembre del 2010 di fronte ad una opinione pubblica un po’ distratta il dirigente dell’ufficio Finanza della giunta Scopelliti, Orsola Fallara, si suicida dopo una conferenza stampa nella quale spiega la sua posizione rispetto alle accuse mosse dall’ex assessore regionale Demetrio Naccari Carlizzi, in merito alla liquidazione di ingenti compensi per rappresentare il Comune. L’accusa era sfociata in un esposto alla procura della Repubblica che aveva aperto un’inchiesta per abuso d’ufficio. Ad occuparsene in un libro che racconta questa storia e le ombre che ancora gravano su questo suicidio avvenuto sotto l’amministrazione Scopelliti, attuale presidente della Regione Calabria, scritto dai giornalisti, Giuseppe Baldessarro e Gianluca Ursini. « Un’intera classe dirigente si è fatta divorare dall’ambizione di una vita verticale, una carriera instancabile verso l’alto, costi quel che costi – scrivono i giornalisti. C’è ambizione, ma manca la passione. E senza passione non ci sono idee che rendano comune un pensiero, trainante una leadership. L’unica opzione possibile resta lo scambio, quindi è decisiva la conversione del cittadino in cliente. E’ una trasformazione antropologica prima ancora che politica. […] E Reggio Calabria si ritrova infatti ad aver speso senza costrutto, essersi indebitata e non avere speranza, aver firmato assegni e dover ora raccontarli in tribunale».



