Il pericolo degli avvocati che giudicano i magistrati

Magistrati

Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera del 3 maggio (pagine milanesi) ha illustrato una novità varata dal governo Meloni-Nordio su delega del governo Draghi-Cartabia.

Ancora una volta i nostri governanti invece di affrontare il problema dell’intollerabile e incivile durata dei processi, preferiscono pervicacemente occuparsi d’altro.

In questo caso si tratta di una novità rilevante, ma assai pericolosa: riconoscere agli avvocati iscritti all’Ordine il diritto di giudicare la professionalità dei magistrati. A Milano è stata allestita una apposita piattaforma. Le segnalazioni devono riguardare fatti concreti in tema di indipendenza e preparazione del magistrato. Gli avvocati componenti del Consiglio giudiziario le potranno utilizzare nel voto sulla professionalità dei colleghi.

Ferrarella sottolinea la delicatezza della procedura: se“mal dosata”, essa può prestarsi a usi strumentali; a indebite interferenze sull’indipendenza esterna dei magistrati; a indebiti tentativi di pressione; a far “balenare la conformistica convenienza di buoni rapporti con l’avvocatura ai fini di una serena progressione in carriera”.

Meno convincente appare la prospettazione dell’Avvocatura, secondo cui la piattaforma servirebbe anche a migliorare l’efficienza del sistema giudiziario, potendo essere usata pure per segnalarne gli aspetti positivi e virtuosi. È facile prevedere che risulterà quasi sempre avulsa dalla realtà.

Basti pensare ai difensori dei mafiosi tenuti a tutelare e far valere, dei loro clienti, ogni interesse non soltanto processuale. Oppure, all’opposto, allo sprovveduto “avvocaticchio” che smania dalla voglia di far sapere al mondo che lui è più bravo del  giudice che gli ha dato torto.

O ancora, al sogno oscuro di vari avvocati: cantarle a quel presuntuoso di magistrato chiuso in una torre d’avorio; sbattergli in faccia presunte carenze tecnico-giuridiche che hanno portato a verdetti che non si sa come giustificare al cliente; farsi forti della sua nomea di magistrato politicizzato (toga rossa va alla grande), trincerandosi dietro la presunzione che le sue decisioni siano il frutto di ideologie e non di corretta applicazione della legge.

In sostanza, caricare un meccanismo che già faticosamente arranca. Di certo non migliora il funzionamento del nostro sistema giudiziario.

Fonte: Il Fatto Quotidiano