Riorganizzare la presenza dello Stato sul territorio, nel quadro del riordino delle province e della istituzione delle città metropolitane (il decreto legge corrispondente è all’esame delle Camere), con l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica, non è, a mio parere, quella brillante iniziativa governativa che si vorrebbe far credere perché va ad incidere, negativamente, sulle (già malridotte) strutture della pubblica sicurezza e, di conseguenza, sui livelli (anch’essi precari) di sicurezza dei cittadini.
L’emanando regolamento (14 articoli in tutto), che istituisce – e ciò è positivo – l’Ufficio Unico di Garanzia dei rapporti tra cittadini e Stato, il “piano di coordinamento” delle attività amministrative collegate ai servizi forniti ai cittadini, il “comitato esecutivo” composto da tutti i responsabili degli uffici statali come organo di stretta collaborazione del prefetto, non convince sulla ristrutturazione periferica del sistema della sicurezza, da realizzare nell’ottica del risparmio. Né attenuano la preoccupazione della gente le dichiarazioni, fatte più volte pubblicamente (per ultimo il 5 u.s. a Bruxelles) dal ministro dell’Interno Cancellieri secondo cui, in conseguenza di tale… “riordino, i livelli di sicurezza non verranno toccati (…) i tagli riguardano gli uffici, la loro organizzazione e non le forze dell’ordine…”.
Ho già fatto, nei giorni scorsi, sintetiche considerazioni su questo nuovo “disegno organizzativo” che prevede le figure del prefetto e questore “presidiari” che vanno ad aggiungersi ai prefetti e questori “metropolitani” e a quelli “provinciali”. E tuttavia si può prospettare uno scenario, in cui i rapporti interpersonali e i collegamenti tra questi soggetti istituzionali potranno essere caratterizzati da attriti e/o incomprensioni (se non discordie), più di quanto succeda già oggi. E’ vero che il regolamento prevede una costante attività di raccordo e d’informazione degli organi presidiari con quelli provinciali perché “..prefetto e questore della provincia non dismettono (…) le proprie competenze con riguardo a quella parte del territorio su cui insiste l’istituzione presidiaria…”, ma, non c’è dubbio, e l’esperienza ce lo rammenta, che nella pratica potranno sorgere problemi riconducibili all’esercizio delle funzioni di “autorità di p.s.” che, vale la pena ricordare, sono quelle indicate dall’articolo 1 del Testo unico delle Leggi di P.S. del 1931 che, tra l’altro, distingue l’autorità in provinciale e locale.
Il “pallino” del Governo è, come noto, il risparmio, preventivato nella modesta somma di poco più di 5milioni e mezzo di euro, accorpando 35 province e istituendo i presidi di governo (l’ipotesi, secondo il d.l.188/2012 sul riordino, è di un numero massimo di 18). L’istituzione di un presidio non è cosa semplice, dovendo far riferimento ad una serie di dati e indicatori richiamati nell’art.7, 1° comma (la consistenza di fenomeni delittuosi, pericolo di possibili condizionamenti mafiosi sulle istituzioni locali, particolare vulnerabilità dell’ambiente e del territorio) e 2° comma (..risorse del territorio e sua specificità, il livello delle dotazioni infrastrutturali, nonché la qualità del tessuto produttivo).
Alla loro individuazione dovrebbe provvedere un decreto interministeriale (Interno, Difesa, P.A e Semplificazione, Economia e Finanze) da trasmettere anche alle Camere. Non è scontato affatto che i capoluoghi di provincia in cui vengono soppresse le questure, possano rientrare nel novero dei “presidi” il che vuol dire che in queste città potrebbe restare un “commissariato di p.s.”, dipendente dalla Questura “provinciale”, destinato, nel prosieguo di tempo, a risorse umane e strumentali sempre più ridotte (come in quasi tutti i commissariati d’Italia). E questo è l’aspetto più preoccupante!
Tagliare (ancora) nel comparto della sicurezza è un progetto pericoloso e sconsiderato, tanto più che lo si vuole attuare in un momento storico-politico come l’attuale, di forti tensioni sociali, con fenomeni di devianza e di criminalità (diffusa e organizzata) in aumento (con il pericolo di sentire ancora parlare, nel Veneto e in altre province del nord, di “ronde” cittadine per la sicurezza!)



