La confisca dei beni ai boss per un lavoro giusto

Non solo il sequestro dei beni ma il loro riutilizzo da parte delle associazioni che rappresentano la collettività. Da questo spunto parte il dibattito tenuto a Scanidicci (Fi) il 25 luglio in occasione del II raduno nazionale dei giovani di Libera. Coordinati da Toni Mira, giornalista dell’Avvenire, sono intervenuti Davide Pati, Libera, Franco la Torre, figlio di Pio la Torre, Valentina Fiore, direttrice del consorzio Libera Terra Mediterraneo, Jacopo Armini, sindaco di Monteroni d’Arbia, il vice prefetto Dario Caputo dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazine dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, Federico Gelli, responsabile legalità Pd Toscana, Danila Anghelini, segretaria della Cgil toscana, Carmelo Barbagallo, segretario confederale della Uil.

Dopo una breve introduzione di Davide Pati, che ha ricordato la raccolta di firme contro il codice antimafia, ha preso la parola Franco La Torre. Per il figlio del politico assassinato, Libera riesce a contrastare il potere della mafia sul territorio offrendo ai giovani reali possibilità di lavoro. «Andare a zappare la terra» è una concreta alternativa alla vita criminale ed è una scelta che richiede molto coraggio. Il codice Antimafia, attualmente all’esame della Commissione Giustizia, rischia di incrinare questo meccanismo virtuoso riaffidando ai mafiosi i beni confiscati. Altro danno alle associazioni è causato dai Comuni che non rendono pubblici i beni confiscati, ostacolandone l’opera di riscatto.

Per Valentina Fiore la parabola tracciata da Libera Terra è un forte segnale per la società. Dalla difficoltà iniziali alla costituzione di una quarantina di marchi abbinati all’associazione, «la sfida grossa è stata dimostrare che si poteva essere bravi a fare un’impresa sociale». L’esempio dei territori corleonesi, dove nonostante le mille difficoltà si è riuscito a creare lavoro, fa ben sperare anche per tutti quei territori, in Puglia Calabria e Campania, che presentano ostacoli maggiori. L’opera del volontariato e la collaborazione delle autorità locali sono le risorse vitali per vincere la sfida della mafia. Purtroppo non sempre sono sufficenti. Nel suo intervento Jacopo Armini ha ricordato le difficoltà per riutilizzare l’azienda agricola sequestrata al mafioso Vincenzo Piazza. Il recupero del bene, che ricopre circa un sesto del territorio di Monteroni d’Arbia in Toscana, non essendo semplice terreno ma azienda è una vera e propria sfida. Perché? Per il fatto che non può essere facilmente dato in affidamento e richiede alti costi di manutenzione. Dario Caputo e Federico Gelli hanno manifestato le due facce dell’impegno politico. Da una parte la creazione di un Agenzia nazionale per i beni sequestrati, autonoma dal Governo e tramite tra magistratura e associazioni. Dall’altra le politiche che non riescono a «mettere i bastoni tra le ruote alla mafia».

Per Cgil e Uil sono intervenuti poi Danila Anghelini e Carmine Barbagallo che hanno illustrato alcune soluzioni con cui il sindacato può coaduiuvare l’azione di Libera. Tra le proposte: ammortizzatori sociali per favorire l’occupazione nei beni confiscati, lotta ai costi della corruzione e dell’evasione, apertura del sindacato al dialogo con i giovani. Dopo un breve dibattito con il pubblico la discussione si è conclusa ricordando l’appuntamento con la Nazionale che, su iniziativa di Libera, disputerà il 4 ottobre un’amichevole a Rizziconi sul campo confiscato a Teodoro Crea, boss della ‘ndrangheta. Un esempio di come la società sana può opporsi alla violenza delle mafie.