Alcuni giorni fa un ordigno è esploso davanti alla procura di Reggio
Calabria. Cosi la ‘ndrangheta ha firmato l’inizio di questo nuovo anno
nella città dello stretto. Non ci sono stati feriti, nè morti. Ma la
notizia ha avuto le prime pagine di giornali e tv e l’attenzione delle
massime cariche dello Stato. Da quel giorno in molti si sono stretti al
pool di magistrati che sta portando avanti processi e confische pesanti
contro le famiglie della ‘ndrangheta che hanno scelto di alzare il
tiro contro le istituzioni con un segnale chiaro, inequivocabile. Ne
abbiamo parlato con Domenico Nasone, animatore di battaglie e percorsi di legalità nelle scuole e con la cittadinanza e referente dell’associazione Libera.
giorni dopo l’esplosione e le successive manifestazioni di vicinanza
alla magistratura da parte di istituzioni, associazioni e cittadini,
che aria si respira a Reggio Calabria?
una bella risposta da parte dei cittadini. Siamo stati oggi circa un
migliaio in una fiaccolata è un buon risultato, tutto sommato. Questa
presenza ci rincuora un pò perché purtroppo quello che sentiamo intorno
è sempre una certa indifferenza verso ciò che è accaduto. In luogo di
una buona partecipazione al sit – in promosso da Libera, prevale un
atteggiamento defilato, di chi pensa “che non siano poi fatti suoi”.
Questo è tangibile, in maniera particolarmente sconcertante, fra i
giovani, nelle scuole. In pochi sentono propria questa battaglia, in
pochi credono di doversene interessare. Mentre parliamo si sta
svolgendo una fiaccolata e non possiamo nascondere che ci rincuori
vedere la presenza di cittadini, associazioni, politici e
amministratori, religiosi, va benissimo. Quello che però serve, oggi
ancora più di ieri, è trascinare la gente, il popolo, ogni giorno in un
lavoro quotidiano e non sporadico che sappia renderli consapevoli che
questa battaglia appartiene a tutti, nessuno escluso.
risposta dei giovani calabresi che in massa scesero in piazza; oggi
dopo questo atto abbastanza esplicito di aggressione nei confronti
dello Stato, c’è stata qualche reazione?
post Fortugno. All’epoca ci fu anche la morte di un politico e una
serie di componenti emotive generarono una reazione diversa. Oggi non
siamo di fronte a quel movimento ma il migliaio di persone che sta
prendendo parte a queste iniziative è già un gran risultato. La presa
di coscienza invece è ancora debole.
ancora una volta in questi giorni il suo grido d’allarme chiedendo allo
Stato di essere presente sul territorio
lo ha fatto nella consapevolezza soprattutto che arrestare un
latitante, confiscarne il patrimonio, è importante, ma non è tutto. La
gente lo ha capito da molto tempo. Lo dichiarano da tempo anche i
magistrati, come lo stesso Gratteri, che in Rai ha dichiarato proprio
ieri: i numeri del contrasto alle mafie sono tutti stati elencati, ma
nel contempo quello che non si racconta è che crescono anche a ritmi
accelerati quelli della ‘ndrangheta, come quello dei “picciotti
arruolati” ad esempio.
sottolineato come “la bomba non sia questione di ordine pubblico, ma
servano nuove norme da parte dello Stato”, cosa manca?
modificare tutti i codici di procedura penale. Evitare di inserire
norme che consentono la vendita dei beni confiscati, questi ad altre
cose potrebbero restituire una continuità e forza alla lotta alla
‘ndrangheta in Calabria. Invece abbiamo molto spesso l’impressione di
trovarci di fronte ad uno Stato schizofrenico: che a parole dice delle
cose e nei fatti ne fa altre.
difficile da dire con esattezza, ma alcune cose sono evidenti. Una è
che negli ultimi mesi ci sono stati ottimi risultati prodotti dalla
magistratura reggina che hanno inflitto colpi duri alle famiglie
mafiose. Una magistratura che ha dimostrato che nonostante i pochi
mezzi, le poche risorse umane, le norme in cantiere sulle
intercettazioni, è capace di combattere con efficacia la ‘ndrangheta.
Questo dimostra che se lo Stato davvero volesse, potrebbe distruggere
questo sistema mafioso. Quello che ci sconcerta in questi ultimi
tempi è proprio sentire esponenti della magistratura, impegnati da
decenni nella lotta alle mafia, dire che sono davvero preoccupati per
la carenza di organico e le norme in cantiere o approvate. Perchè ci
sono procure sguarnite, magistrati non messi nella condizione di
posizionare uomini giusti al posto giusto, forze dell’ordine non dotati
di servizi adeguati, e quello che sembra emergere da questo quadro è
che lo Stato non abbia davvero voglia di combattere la ‘ndrangheta. Che
non faccia sul serio lo dimostrano molte leggi fatte, molte
dichiarazioni di pentiti che raccontano di uno Stato compiacente, a
livello locale e nazionale. Tutto questo getta un discredito sulle
istituzioni che aumenta la distanza fra Stato e cittadini
cittadini hanno di fronte questo modello e in troppi pensano: se lo
Stato per primo non c’è e bada solo ai propri interessi, perché devo
rischiare io? Così la scelta di ogni giorno, finisce per essere, sempre
più spesso quella di chi si adegua e accetta, rassegnato, un certo
sistema di potere, continuando ad alimentare il potere locale dei boss
ai quali si rivolgono per recuperare l’auto rubata, per vincere un
concorso, per avere lo stipendio alla fine del mese. Un modello
ripetuto di generazione in generazione, tanto che alla fine sembra che
i calabresi si trovino di fronte ad un bivio: restare e adeguarsi,
restando vittime o schiavi, o andarsene “schifati”. In mezzo i giovani
che qui crescono e sono disinteressati perchè non hanno fiducia. A loro
serve restituire fiducia e speranza. Ma per farlo bisogna andare a
recuperarla anche negli adulti, fra le persone, nei quartieri più
difficili…
tornerà nei quartieri difficili, gli stessi in cui ci sono stati gli
attentati, per fare iniziative popolari già da lunedì prossimo. Non è
facile, ma le persone bisogna incontrarle dove vivono, dove soffrono la
pressione delle famiglie ‘ndranghetiste. Serve ripartire proprio da li,
anche per incontrare i giovani.
distacco che si è creato fra i giovani, i cittadini, e le istituzioni,
è della politica?
La politica ha avuto un
effetto devastante in questa regione. Fra arresti, uccisioni e
infiltrazioni dei mafiosi che hanno eletto loro rappresentati nei
consiglio comunali, provinciali e regionali, i politici hanno fatto
sperpero delle risorse di una regione, hanno defraudato i cittadini calabresi dei fondi europei, di opportunità che potevano migliorare questa terra e asseganto posti di lavoro con metodi clientelari. Così guardando a questa classe politica ci chiediamo oggi: di che politica stiamo parlando? Quello che vediamo in Calabria è sempre più spesso solo una corsa al potere, alla poltrona. Emblematico fu il caso del consigliere regionale Crea che chiese di poter ottenere l’assessorato alla Sanità, perché rappresentava da solo l’80 percento del bilancio regionale. Lo stesso possiamo raccontare per le elezioni ormai alle porte. Inoltre, ci sono politici che in 5 anni hanno cambiato 10 diversi partiti, molti di loro sono indagati per truffa e corruzione, e magari oggi sono qui a rappresentare le istituzioni e sfilano per la legalità. Di fronte a questa politica è stato davvero difficile dire ai nostri giovani di credere in questo strumento di cambiamento per la Calabria. Per loro non poterlo fare significa non poter avere più un punto di riferimento da cui partire. Oggi in Calabria siamo in questa situazione e uscirne è davvero complicato.



