Gli inquirenti che si occupano dell’indagine relativa all’ex latitante agrigentino, Giuseppe Falsone, catturato a Marsiglia, e del quale si attende il solo rientro in Italia, a seguito del mandato di cattura internazionale firmato dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Vittorio Teresi, ritengono plausibile la pista che conduce all’interessamento della famiglia nel traffico illegale di migranti.
L’anello di congiunzione tra il gruppo, leader di cosa nostra nell’agrigentino, ed il vasto mondo dei “viaggi della speranza”, sarebbe stata la moglie del fratello del boss catturato in Francia, ovvero Ganat Tewelde Barhe.
Madame Gennet, come viene soprannominata nell’ambiente, è, infatti, la consorte di Calogero Gioacchino Falsone, fratello di Giuseppe, già interessato dall’indagine antimafia “Ghost” del 2003.
I due si sono conosciuti nel 2006, grazie all’intermediazione di Maria Rita Carmela Falsone, sorella di Calogero e Giuseppe, compagna di detenzione di Ganat all’interno del carcere di Agrigento.
Ganat Tewelde Barhe, di nazionalità eritrea, infatti, venne condannata a quattro anni di reclusione nel 2004, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: ma approfittando dell’indulto, lasciò il penitenziario di Agrigento con due anni e otto mesi d’anticipo, nel 2006.
La donna, inoltre, riuscì ad evitare l’espulsione dall’Italia proprio grazie al matrimonio con Calogero Gioacchino Falsone, che le consentì di stabilirsi nel feudo della famiglia, Campobello di Licata, lasciato pochi mesi addietro in direzione della Toscana.
Madame Gennet, grazie agli appoggi dei gruppi criminali tunisini di Sfax e Capo Bon, era riuscita a strutturare un lauto commercio, fatto di viaggi dalle coste libiche a quelle siciliane.
A pagare erano uomini e donne, dai 750 fino ai 1.200 dollari per traversata: la partenza avveniva dal porto libico di Al Zuwarah.
Era proprio lei a gestire l’intera trafila, grazie ad una sorta di informale ufficio ubicato all’interno di un bar adiacente al porto.
Adesso, alla luce degli “interessanti materiali rivenuti nei computers a disposizione di Giuseppe Falsone”, gli investigatori intendono approfondire gli eventuali interessi della famiglia all’interno della dimensione del traffico internazionale di esseri umani.
Il punto di partenza, peraltro, è un’area, quella della provincia di Agrigento controllata da Giuseppe Falsone, divenuta nel corso degli anni meta essenziale, attraverso l’isola di Lampedusa, delle tratte disegnate dai trafficanti di esseri umani.



