
Nell’indifferenza mediatica (quasi) generale, alcuni giorni fa, Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, ha dichiarato che il cimitero locale dei “ senza nome” ( i migranti), è pieno e, quindi, non si sa più dove collocare le bare di quei poveracci che non ce l’hanno fatta, da vivi, a raggiungere la “terra promessa”. Triste e mortificante la riflessione del sindaco “..sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente”. Considerazione ancor di più umiliante e amara se si riflette sulla importante presenza di personalità del mondo cattolico nell’attuale governo “tecnico” e, comunque, in un governo dove non c’è più lo (squallido) ingombro di quei politici leghisti che tanta parte hanno avuto, in un recente passato, nella creazione artificiale della paura e dell’odio verso gli “invasori”.
Una notizia brutta che si aggiunge alle molte altre che ancora caratterizzano quel mondo di disperati, uomini, donne e bambini, che arrivano dalle nostre parti per un’accoglienza e una solidarietà spesso carenti. Il fenomeno migratorio, d’altronde, non diminuisce affatto, anzi. Né possono essere confrontati ( magari per far contenti quei politici che hanno strumentalizzato l’immigrazione e che vedono “nero” dappertutto), i dati (diminuiti) sugli “arrivi” del 2012 soltanto con quelli del 2011 quando si registrò il picco degli sbarchi a causa delle guerre e rivolte ( alcune, apparentemente, risolte, altre attenuate e altre ancora in svolgimento), in diversi paesi del nord Africa.
Dal primo gennaio di quest’anno al primo novembre, le forze di polizia, nei consueti servizi di controllo sul territorio nazionale, hanno rintracciato 30.583 stranieri “irregolari” e di questi 10.850 sono quelli “sbarcati” sulle coste o, comunque, soccorsi in mare. Dei 30.853 sono stati rimpatriati effettivamente 15.602 attraverso le procedure previste dalla legge (respinti alla frontiera, respinti dai questori, espulsi dal prefetto con accompagnamento alla frontiera,espulsi su provvedimento della magistratura, riammessi nei paesi di provenienza). Per i rimanenti 14.891, il rimpatrio non c’è stato in quanto sono stati “inottemperanti”: a) all’ordine del questore; b) all’intimazione del prefetto;c) all’ordine del questore con la denuncia alla magistratura per la sanzione pecuniaria conseguente ( non ci sono notizie di sanzioni inflitte dal giudice di pace che siano state pagate).
Anche dal confronto con i dati degli sbarchi nel 2010, si vede chiaramente come i flussi nel corrente anno continuino ad interessare l’Italia in modo consistente. La conferma che le “drastiche” misure legislative ( alcune illegittime) ed operative ( inopportune e ingiuste) adottate dal ministro dell’Interno del tempo, il leghista Maroni, non siano servite a nulla se non a far morire, in mare o nelle carceri libiche, centinaia di migranti. Infatti, se nel 2010 a Lampedusa, Linosa e Lampione, i migranti sbarcati erano stati “soltanto”459, nel 2012, alla data del 10 novembre, sono stati ben 3.792. Analogamente per gli altri “approdi” siciliani quando nel 2010 furono 805 e nel 2012 ben 2.934. Le cose non sono andate diversamente sulle coste pugliesi (1.513 sbarcati nel 2010, contro i 2.393 del 2012) e su quelle calabresi ( 1.280 nel 2010 e 1.727 nel 2012), con stranieri di origine prevalentemente afghana, irachena e iraniana, spinti a raggiungere queste coste per la recrudescenza dei conflitti che stanno devastando quei paesi.
Il sindaco di Lampedusa, poi, che, giustamente, sottolinea come la morte in mare dei migranti “..debba essere per l’Europa motivo di vergogna e di disonore” (ma chi arrosisce e chi ha più il senso dell’onore?), fa riferimento all’impiego, per i soccorsi nei tratti di mare vicino alle coste libiche, delle “velocissime motovedette” regalate a Gheddafi dal nostro Governo nel 2009/2010. La realtà, anche qui, è avvilente. Sin dall’aprile 2012, l’ambasciata italiana a Tripoli, dopo un incontro con il capo delle Capitanerie di Porto della Libia, comunicava al nostro Ministero dell’Interno le “..difficoltà a riprendere i pattugliamenti delle coste in quanto delle sei motovedette donate a suo tempo dall’Italia ne restano quattro, non operative (sic!), per il cui ripristino occorrerebbe, tra l’altro, una fornitura urgente di almeno 15 pezzi di ricambio”. Da allora non si sono avute più notizia di pattugliamenti “congiunti” in mare nelle rispettive acque territoriali secondo il protocollo tecnico operativo del 2009 firmato dai Capi delle Polizie italiana e libica.
Questa è la drammatica e vergognosa realtà. Destinata, purtroppo, a non cambiare nonostante le belle e ripetute dichiarazioni pubbliche dei nostri governanti.



