Le mafie un male liquido

Carabinieri

Il 26 giugno abbiamo celebrato la XL ricorrenza del sacrificio di Bruno Caccia, procuratore di Torino, ucciso dalla ‘ndrangheta della nostra città.

Le manifestazioni – di memoria e al tempo stesso di impegno contro ogni forma di illegalità – sono state numerose e assai partecipate, soprattutto da giovani coordinati dalle loro scuole e da “Libera”.

Ma un significativo sigillo di tali iniziative si è avuto in queste ore con l’importante operazione dei Carabinieri e della Direzione distrettuale antimafia di Torino contro articolati insediamenti ‘ndranghetisti in Piemonte e in Liguria, con quattro arresti e un buon numero di indagati.

Le indagini sono agli inizi e le responsabilità individuali saranno confermate o meno nel prosieguo degli accertamenti. Fin d’ora per altro è possibile svolgere alcune considerazioni di carattere generale.

Colpisce il riaffiorare di figure in passato già condannate, a testimonianza che il mafioso è mafioso per sempre e non è per nulla disponibile a qualsivoglia forma di rieducazione.

Tra le modalità di accumulazione illecita di denaro da parte della ‘ndrangheta ne troviamo alcune praticate da sempre, come usura, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, gioco d’azzardo (su quest’ultima irresistibile propensione dovrebbe riflettere attentamente  la Regione Piemonte, assumendo parametri rigorosi e non lassisti nella disciplina delle slot machines).

È confermata  la natura “liquida” della criminalità organizzata, ossia la sua capacità di infiltrarsi  come l’acqua un po’ dovunque nel campo delle attività economiche lecite.

A parte lo sberleffo della gestione – in passato – del bar del Palagiustizia intestato proprio a Caccia, va segnalata una certa predilezione per il commercio di alimenti (l’agroalimentare da sempre attira le mafie, sia per la possibilità di fare buoni affari in un comparto “freddo”, che della crisi risente solo in parte perché “mangiare si deve”; sia per la minima esposizione a rischi, essendo la normativa in materia del tutto obsoleta, ferma a quando l’unico problema era l’oste che mescola l’acqua col vino).

Un altro punto fermo è che i mafiosi per i loro affari hanno sempre più bisogno di professionisti ben inseriti, colletti bianchi insospettabili lautamente compensati.

La prova (con buona pace del ministro Nordio che sembra vivere in un altro mondo) che il “concorso esterno” non è un ossimoro con cui baloccarsi usando le parole come nel  gioco delle tre carte, ma una piaga reale che consolida il potere mafioso e gli consente di  prosperare. Piaga che va combattuta con energia e convinzione ben superiori a quelle di Nordio e soci.

Oggi è il XXXI anniversario della strage di via d’Amelio e nessuno può dimenticare il  testamento spirituale di Paolo Borsellino, che si sostanzia nell’obbligo di contrastare quel “puzzo di compromesso morale, indifferenza e complicità” che è la negazione di ogni seria e responsabile lotta alla mafia.

Fonte: Corriere Torino

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