“Non può
dirsi che le patologie sofferte dal detenuto siano, allo stato,
gravi e non trattabili in ambiente carcerario, pur se necessitano di
un continuo monitoraggio”. Lo scrive il presidente dell’ufficio di
sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, Daniela Della Pietra,
rigettando la richiesta di detenzione domiciliare per motivi di
salute di Bruno Contrada, l’ex funzionario del Sisde di Palermo,
condannato a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa.
Nel
provvedimento di rigetto della richiesta, avanzata dai legali Pietro
Milio e Giuseppe Lipera, il giudice sottolinea anche che “alla
detenzione domiciliare è ostativo anche il reato in esecuzione che
non consente una pronuncia nel merito”.
Nel documento è riportata
la perizia della direzione sanitaria del carcere che segnala come
“esista una effettiva condizione di non compatibilità con il regime
carcerario” e che “le cure sarebbero più efficaci se prestate in
ambiente domiciliare esterno”. Una perizia di parte sottolinea come
la detenzione “é in grado di influenzare sfavorevolmente
l’elevatissimo rischio vascolare e di impedire il corretto
trattamento della malattia”.
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