Messina, trovato un “cimitero della mafia”

La scena del delitto Fava

Le montagne che sovrastano la città di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, continuano a restituire i segreti più profondi della mafia messinese. Nell’area del limitrofo Comune di Mazzarrà Sant’Andrea (Me) da qualche giorno si ha notizia dell’esistenza di un “cimitero della mafia” in cui  – secondo una fonte credile che sta guidando gli investigatori – potrebbero essere seppelliti i corpi degli “scomparsi” dell’area barcellonese di questi ultimi trent’anni. Sono circa 24 le vittime di “lupara bianca” nella zona e  ieri i primi due cadaveri sono stati ritrovati dai Vigili del Fuoco che in queste ore stanno provvedendo alle azioni di scavo.

Poche le informazioni che arrivano dagli ambienti giudiziari. Da ieri sarebbero note le identità dei due corpi ritrovati: uno apparterrebbe a Natale Perdichizzi, scomparso da Mazzarrà Sant’Andrea nel luglio del 1997 a 26 anni e l’altro a Antonio Ballarino di Basicò, paesino sito ad una decina chilometri di distanza da Mazzarrà, del quale non si avevano notizie dal 23 marzo del 1993. I lavori di scavo e indagine sono coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina e continueranno nei prossimi giorni poiché si ha ragione di credere che in quel terreno corrispondente a “Piano Gorne”, ai margini del torrente di Mazzarrà,  possano essere stati occultati i cadaveri di altre tre vittime.   Un vero e proprio “cimitero della mafia” nella “scatola nera” dell’organizzazione criminale della provincia: l’area compresa fra i monti Nebrodi e i Peloritani. Difficile da decifrare, a lungo sottovalutata, avvolta nel silenzio mediatico nazionale, la provincia di Messina si trova a fare i conti con un passato che riemerge: omicidi, ritorsioni, rapimenti e occultamenti di cadavere, vere e proprie guerre di mafia – come quella che insanguinò negli anni Novanta la città di Barcellona Pozzo di Gotto – silenzi lunghi vent’anni. L’area in cui ricade il cosiddetto “cimitero della mafia” è stata interessata negli anni da business di vario tipo sui quali le mafie hanno messo le mani: l’ultima operazione “Vivaio” coordinata dalla Dda di Messina racconta fra gli altri, dell’affaire rifiuti e della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, la più grande della provincia, controllata dal clan dei Mazzarroti e secondo gli investigatori, dal nuovo capomafia in ascesa (dopo l’arresto del reggente Carmelo Bisognano, di recente coinvolto nell’inchiesta “Torrente”) Tindaro Calabrese, oggi detenuto in regime di  41 bis.

Da sempre quest’area ha rappresentato un luogo di interesse per gli affari criminali: dal raddoppio ferroviario, sino all’estrazione abusiva della sabbia poi utilizzata nel campo dell’edilizia (come testimonia ampiamente il rapporto Ecomafie degli ultimi anni) e da circa un decennio, come dicevamo, il controllo della discarica. Infine, le mafie starebbero guardando con attenzione all’avvio delle commesse nel settore delle energie rinnovabili, fra i monti Peloritani e i Nebrodi. Una delle firme storiche del giornalismo locale – Leonardo Orlando, cronista per la “Gazzetta del Sud” ha raccontato in questi giorni sul quotidiano, le tante “lupare bianche” degli ultimi trent’anni dell’area del Longano.  Cifre e  nomi di una storia criminale che si è consumata in silenzio mentre gli organi ufficiali (non tutti e non soltanto) erano impegnati a negare la presenza della mafia nella provincia di Messina, attribuendole persino l’aggettivo di “babba” (“sciocca”, ndr) anche per una  scarsa dose di “mafiosità”. Numerose inchieste della magistratura, omicidi di mafia, misteri irrisolti, latitanze “dorate” hanno invece raccontato un volto molto più crudele della mafia messinese: un mix di azioni criminali al servizio e con l’appoggio di Cosa nostra palermitana,  di quella catanese e delle ‘ndrine dello Stretto; affari e alleanze cementificate da massoneria deviata e comitati d’affari. Nella lista delle persone scomparse e ricercate almeno su tre diversi territori comunali che compongono questo grande cimitero della mafia – ricorda Orlando – potrebbero esserci il barcellonese Alberto Smecca, originario di Gela, scomparso nel 1992.

Altro scomparso della zona su cui potrebbero essersi concentrate le ricerche iniziate all’alba di martedì scorso, potrebbe essere Carmelo Grasso, inteso “Picuredda”, scomparso da Falcone nel 1995. A questi potrebbe essere aggiunta – solo sulla base di supposizioni dettate dalla vicinanza territoriale ai luoghi delle sepolture – la sparizione di Salvatore Munafò, scomparso da Rodì Milici nel 1997, un mese prima del rapimento di Natale Perdichizzi. «Si tratta comunque di mere ipotesi che dovranno essere necessariamente confortate dai riscontri degli investigatori impegnati nelle ricerche che avvengono nel massimo riservo – scrive Orlando. Fino adesso – mancando il conforto degli stessi inquirenti – è possibile solo ipotizzare ricostruzioni storiche sulla base delle cronache di mafia che hanno interessato il territorio su cui hanno avuto maggiore influenza gli esponenti del clan mafioso dei “Mazzarroti” ».

«Sono sempre più convinto che il “sistema barcellonese” oggi sia in grado di condizionare tutta la provincia compresa la città di Messina – dichiarava nel gennaio del 2009 il senatore Beppe Lumia, componente della Commissione antimafia in un’intervista rilasciata a Libera informazione. Questo è il punto vero dell’inchiesta che bisognerebbe produrre, per cui da anni mi batto. Ritornerò a chiedere che si indaghi ancora sul caso Alfano, sul caso Manca, sul delitto Campagna e sul suicidio del prof. Adolfo Parmaliana. Tutti casi che hanno messo in luce il collegamento mafia e politica, mafia e massoneria, mafia apparati e che hanno consentito a Cosa nostra di tenere quei territori sotto un controllo ferreo».

«Perché un paese, sebbene popolato, come Barcellona Pozzo di Gotto è diventato “ strategico” per Cosa nostra e anche per la politica nazionale» – chiedevamo all’epoca? «Perché storicamente è stato il punto di confluenza delle più importanti organizzazioni mafiose. E’ stato scelto come base logistica per la grande latitanza per cui bisognava tenerlo sotto controllo ma in silenzio. Perché le mafie locali sono sempre state abili a fornire supporto in quest’ottica proprio a Cosa nostra, palermitana e catanese, e alla ‘ndrangheta. Infine, non ultima, c’è stata una borghesia e una classe dirigente che per ottenere il potere e competere con gli altri territori della Sicilia ha utilizzato anche la mafia per legittimarsi, avere rilievo e forza. Questo ha portato Barcellona ai più alti livelli di controllo mafioso di affari politici ed economici. Non solo locali».