Milano. Non smettiamo mai di raccontare le storie importanti: i ragazzi lo sanno fare

Caponnetto miserie e nobiltà

Quando la ragazza dai lunghi capelli neri ha detto con naturalezza “se una storia mi colpisce io sento il dovere di raccontarla”, in quel preciso momento è scattato in me qualcosa.

Ecco, mi son detto, dove sta la crisi morale del paese. Nel fatto che le storie non ci colpiscono più, ma passano come acqua fresca sulle nostre coscienze. E meno che mai le raccontiamo. E invece il racconto è la spina dorsale di una società. Chiede tempo e memoria. E le parole giuste. Altrimenti non ce la fai.

A quel punto però una storia aveva colpito me, ed era esattamente quella della ragazza dai lunghi capelli neri e dei suoi compagni. Così ho subito deciso di raccontarla in queste “storie italiane”.

Avevo infatti appena finito di leggere in queste pagine la nuova proposta di legge della maggioranza contro la legislazione sui beni confiscati, pilastro della riscossa dello Stato contro la mattanza mafiosa degli anni 80 e 90. E mi era venuta in mente, con malinconia, una frase di Falcone. Vado a memoria: “per ottenere dallo Stato un impegno continuo contro la mafia ci vorrebbe un omicidio eccellente all’anno”. Il giudice metteva ovviamente nel conto che uno di quegli omicidi potesse essere il suo.

Quanto è profonda, maledettamente profonda, quella riflessione ripresa oggi, nel tempo in cui la lotta alla mafia sembra esaurirsi negli anniversari. Così avevo pensato in mattinata.

Invece poche ore dopo erano arrivati d’improvviso Matilde (questo il nome della ragazza) e Mattia, Sofia e Margherita, a dimostrarmi che avviene anche il contrario. Che può esserci un impegno continuo pur in assenza di stragi. Esponevano il lavoro svolto per mesi con le loro bravissime insegnanti e una quarantina di compagni di scuola per ricostruire la storia conosciuta e quella sconosciuta della mafia e dell’antimafia a Milano. Un libretto intenso non in vendita, intitolato “Miserie e nobiltà a Milano. Storie di presenza mafiosa e di resistenza civile”. Un progetto della scuola di formazione Antonino Caponnetto costato al Comune di Milano 400 (avete letto bene: 400!) euro, e preso in carico da studenti di terza e quarta liceo del Carducci e del Manzoni.

Vedevo, ascoltavo questi diciassettenni- diciottenni raccontare quel che avevano fatto. Le testimonianze raccolte, le persone incontrate, le scoperte, perfino il legame affettivo costruito idealmente con i loro personaggi “resistenti”. Mi accorgevo che raccontavano questo pezzo di storia senza leggere neanche una sillaba su uno schermo, al contrario di tanti adulti. E che praticavano perfettamente la lingua, non una sbavatura si concedevano, quasi che le “Lezioni americane” di Calvino giungessero in terra grazie a un gruppo di adolescenti. Senza nemmeno un “in qualche modo”. Una meraviglia, vi assicuro.

C’erano tutti in quel racconto. Il paninaro antiracket Loreno Tetti, Lea Garofalo e sua figlia Denise, la diciottenne Cristina Mazzotti sequestrata e lasciata senza vita in una discarica. C’era anche il prefetto di Palermo ucciso dalla mafia, di cui avevo sentito raccontare la vita centinaia di volte, ma che qui suonava (ed era) incredibilmente diversa.

Coglievo via via i lineamenti di una nuova grande impresa culturale di Milano, di un nuovo tassello di quel grande, straordinario mosaico di volti e voci che è la storia dell’educazione alla legalità. Il respiro della ricerca sul campo, la voglia di cambiamento. Fino alla chiusura altera di Matilde, attrice di prosa involontaria, con il suo “E io alla mafia dico no”, silenzio, un passo a destra e applausi.

Ma qualcuno glielo racconti  ai governi che l’Italia è fatta anche di questi giovani e non solo di affaristi timorosi della legge Rognoni- La Torre. E anche di questi professori sottopagati e grandi organizzatori intellettuali (nel caso specifico: Paola Gennaro e Giuseppina Giunta). Che forse non dicono “merito” ogni cinque minuti ma il merito se lo conquistano sul campo.

Storie Italiane, Il Fatto Quotidiano, 09/10/2023

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