Operazione “Circolo formato”,in manette il sindaco di Marina di Gioiosa Jonica

È il 15 aprile 2008. «Lo spoglio delle schede  era terminato, anche l’ultima Sezione era finalmente chiusa. Rocco Femia  è il nuovo Sindaco di Marina di Gioiosa Jonica». Il boss Rocco Mazzaferro, capo della cosca della cittadina calabrese, e il cognato Salvatore Frascà  «che si erano impegnati attivamente durante tutto il periodo di campagna elettorale, finalmente potevano esultare: “Abbiamo vinto sa… è finita !…”». Poco dopo il neosindaco corre a ringraziare, commosso, il capo bastone che così commenta con un sodale l’incontro col politico: «Eh…me ne ha fatti ringraziamenti…sai quanto…piangeva…abbracciato a me piangeva…no è stato bello sai, è stato bellissimo è stato bello perché…». Sono sicuramente i due passaggi più sconvolgenti dell’operazione “Circolo formato” contro la cosca Mazzaferro, condotta dalla Squadra mobile di Reggio Calabria in collaborazione col commissariato di Siderno e il supporto dello Sco, coordinati dalla Dda reggina.

Quaranta arresti, tra i quali il sindaco Rocco Femia, detto “pichetta”, a capo di una lista civica di centrodestra, e tre assessori, con incarichi di peso: Vincenzo Ieraci, “u menzugnaru”, con delega all’ambiente, Francesco Marrapodi ai lavori pubblici e Rocco Agostino, “gemello”, alle politiche sociali. Quest’ultimo è candidato alla Provincia nella lista “Raffa presidente” che sostiene il candidato del centrodestra Giuseppe Raffa, attuale sindaco di Reggio, che ha subito preso le distanze da Agostino, dicendo di non essere interessato a voti equivoci. Un’inchiesta che fotografa un comune, quello di Marina di Gioiosa Ionica, a disposizione della cosca Mazzaferro da sempre in lotta coi rivali degli Aquino, e che proprio dall’elezione del sindaco aveva ripreso forza (gli Aquino sostenevano la lista avversaria), garantendosi appalti e favori.

L’indagine, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare di 1.046 pagine, «ha consentito di monitorare i momenti fondamentali ed essenziali della campagna elettorale, ovvero della complessiva attività posta in essere dal sodalizio a sostegno del candidato sindaco, a partire dalle fasi organizzative, volte all’individuazione dei candidati e alla ricerca dei voti, sino al “piantonamento” e al presidio dei seggi elettorali, al fine di esercitare pressioni sui votanti». In particolare, si legge ancora «si poteva accertare che la famiglia Mazzaferro aveva stabilito chi doveva essere il loro candidato per la carica sindaco, la composizione della lista elettorale, gli eventuali assessori che dovevano essere successivamente nominati ed anche il simbolo del loro partito».

Il motivo è evidente: «La scelta e la collocazione nei posti di comando di esponenti politici a servizio degli interessi mafiosi risulta funzionale a garantire la totale infiltrazione della cosca e dei suoi sodali nel settore, altamente redditizio, degli appalti pubblici e ad assicurarne la completa gestione e il totale controllo». Come per quello relativo alla statale 106 Ionica. L’elezione di Femia, tuttavia, non è stata immune da contrasti per l’attribuzione delle deleghe e la suddivisione dei lavori, anche su chi, come ha sottolineato il Procuratore di Reggio, Giuseppe Pignatone, deve gettare il cemento o il catrame; sulla scelta delle imprese e anche sulla collocazione della panchine sul Lungomare. Tanto che per scongiurare la crisi, ha aggiunto, è stato necessario un incontro tra politica, mafia e faccendieri. Anche gli Aquino non sono stati a guardare e la notte stessa dell’elezione è stata incendiata l’auto di un cognato di Femia. Ma l’inchiesta non ha solo svelato quello che il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso ha definito «uno spaccato di collusioni inquietante».

Ha anche portato gli investigatori ad assistere in diretta, a non più di 10 metri, al «circolo formato» dagli uomini d’onore per la cerimonia di iniziazione di due picciotti secondo antichi riti, registrando ogni parola. Fondamentali, anche per questa inchiesta, le intercettazioni. Guerra di tecnologia contro una cosca dotata di telecamere ad infrarossi e scanner per ascoltare le conversazioni delle forze dell’ordine. E purtroppo tra queste anche una “pecora nera”, Franco Avenoso, in servizio al commissariato di Siderno, arrestato con l’accusa di avere informato la cosca.   

*tratto da L’Avvenire