Palazzolo Acreide, ricordando Pippo Fava e “I Siciliani” trent’anni dopo

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“Mi fece sentire orgoglioso di essere siciliano. Con lui sono cresciuto, attraverso i suoi articoli ho potuto capire, conoscere. E mi sono appassionato a quella ricerca di verità e giustizia che è al centro del mio lavoro oggi come magistrato”. A parlare, in collegamento Skype con i cittadini di Palazzolo Acreide, nel trentennale dell’omicidio del giornalista Pippo Fava e’ il pm Antonino Di Matteo. Nonostante le difficoltà legate a motivi di sicurezza, il magistrato non ha voluto mancare all’appuntamento con la memoria e l’impegno, nel nome del direttore de “I Siciliani” ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984.

Trent’anni sono una vita, tante vite, quasi tutte vissute senza di lui: senza l’intellettuale, scrittore, giornalista, Pippo Fava che a Catania ha dato vita,  insieme ad un gruppo di giovani cronisti, ad una pagina fondamentale nella storia dell’informazione italiana. Una delle più difficili: da un lato l’imprenditoria mafiosa, dall’altra una città sorda e una politica assente, spesso corrotta. In mezzo loro: “I Siciliani”.

Trent’anni senza il padre e senza il direttore, com’è accaduto al figlio, Claudio Fava. Redattore de “I Siciliani”, poi giornalista e politico, oggi vice presidente della Commissione parlamentare antimafia. Il suo intervento a Palazzolo Acreide ha scosso le coscienze: “L’ultimo discorso di mio padre fu un discorso sul potere – commenta Fava – che è soprattutto descrivere una complessità. In questi anni si e’ provato a semplificare, a descrivere questa battaglia in cui ai cittadini e’ stato riservato il ruolo di spettatori, con il compito di tifare per gli uni o per gli altri. Quello che Pippo Fava formulò – proprio qui trent’anni fa – fu invece un ragionamento doloroso ma necessario sui sistemi di potere e sulla complessità di lettura del fenomeno mafioso e della nostra società che oggi, dopo tanti anni, rimane profondamente attuale. Quello che accadde dopo la sua morte, fece conoscere a noi familiari e ai giovani redattori de “I Siciliani”, inoltre, l’altra faccia del potere: quello che delegittima, denigra, cancella la memoria, insinua il sospetto. In questi anni – continua Fava – abbiamo saputo coltivare non solo memoria ma soprattutto fare cronaca. Non e’ stato semplice, c’e stata tanta solitudine intorno a noi, in passato. Se oggi siamo qui a ricordare mio padre e’ merito di chi si e’caricato quelle parole sulle spalle e le ha portate con se”.

Di debito morale, di riconoscenza verso il lavoro culturale e d’informazione fatto da Fava parla proprio il magistrato fra i più esposti nella lotta alla mafia e ai sistemi criminali nel nostro Paese, Antonino Di Matteo, che visibilmente coinvolto ricorda gli anni in cui da studente universitario leggeva la rivista “I Siciliani”. “In quegli anni, Fava mi fece sentire orgoglioso di essere siciliano. Dai suoi articoli ebbi modo di riflettere sulla gestione opaca del potere politico che nell’Isola si sviluppava e talvolta in alcuni uffici siciliani, anche giudiziari – spiega”. Di Matteo parla da magistrato ma soprattutto da cittadino e commenta: “I Siciliani rappresento’ per la nostra generazione quel giornalismo che da cittadino sogno ancora oggi. Quell’informazione che non aspetta le indagini della magistratura, che non va solo dietro le inchieste ma stimola gli uffici giudiziari (… non possiamo dimenticare che quando Fava scriveva i nomi di alcuni mafiosi imprenditori questi, non erano ancora coinvolti in inchieste, precisa Di Matteo). E’ Massimiliano Perna, uno dei due giornalisti che hanno moderato il dibattito, a chiedere a Di Matteo un commento sul giornalismo di oggi. Da cittadino – risponde il pm – “constato che tranne alcune importanti e rare eccezioni il resto dell’informazione e’ legata a opportunità, a convenienza politica, all’obbedienza al padrone-editore”. “E’ buon giornalismo, a mio avviso, quello che va anche contro l’attività giudiziaria se serve, cerca notizie sul campo, con le proprie inchieste”- chiosa.

Trent’anni sono anche tre decenni di mafie che da Catania hanno spostato i tentacoli in Canada, in America, in Australia. Che in altre regioni sono diventate ancora più insidiose e hanno infiltrato amministrazioni del centro e del nord Italia. Di Matteo e il collega Sebastiano Ardita, oggi in forza alla procura dello Stretto, spiegano però che “la mafia non e’ cambiata, ha sempre esercitato il potere convivendo con le istituzioni” e che la dinamica dello sviluppo di questi sistemi criminali spesso e’ ciclica. La mente va subito al biennio stragista e alle recenti affermazioni del boss Totò Riina che in carcere ha, sostanzialmente, impartito un ordine di morte contro il pm Di Matteo. Su queste ultime vicende, così come sul processo sulla trattativa Stato – mafia il pm palermitano preferisce non parlare ma commenta con poche ma significative parole: “Facendo debito distinguo fra la grandezza di Falcone e Borsellino e l’impegno che proviamo a mettere in campo in procura con i miei colleghi a Palermo mi sento di dire che il clima e’ purtroppo lo stesso, ogni qualvolta le indagini oltrepassano livello militare si generano  queste reazioni”. “Dopo le stragi la magistratura e forze dell’ordine hanno avuto scatto di orgoglio – ricorda – oggi si corre un rischio, ovvero che la distanza e il tempo che scorre allenti il vincolo di tensione morale, un calo di tensione in cui, i colleghi più esposti, vengano considerati in cerca di protagonismo”.  “Serve un risveglio delle istituzioni – aggiunge il magistrato Ardita – perché siamo di fronte ad una evoluzione del potere, che si è trasferito nei traffici illeciti internazionali, economici, nelle istituzioni, nella finanza. La mafia ha sempre lavorato per le oligarchie e continua a farlo con maggiore forza”.

E va proprio ad una giornalista che ha scritto in questi ultimi anni di “sistemi di potere” e mafie al Nord il premio Pippo Fava Giovani. Si tratta di Ester Castano,23 anni, (più o meno l’età che avevano alcuni dei redattori de “I Siciliani”all’epoca)  studentessa universitaria e cronista de “l’Altomilanese” che prima della magistratura si accorse della mala amministrazione di un Comune, solo da poco sciolto per infiltrazioni mafiose. La sua storia ha fatto il giro delle redazioni dei grandi giornali poiché Ester per i suoi articoli e’ stata anche portata  in tribunale, dove il primo cittadino l’ha querelata per diffamazione. Solo qualche giorno fa un magistrato ha, invece, dichiarato il “non luogo a procedere” perché il fatto non sussiste. Nessuna diffamazione, nessun attacco all’amministrazione in odor di ‘ndrangheta ma solo “buon giornalismo” e il coraggio di non arrendersi, di non vendersi per un posto di lavoro, di non cedere all’omologazione del giornalismo fatto di news brevi da comunicati stampa.

A lei che con lucidità prova a resistere anche ai tentativi di semplificazione e agli stereotipi  va il premio Fava di questa edizione che segna anche un passaggio di testimone importante fra quell’esperienza di giornalismo  e quella che Ester con il suo giornale e con la nuova testata “I Siciliani giovani” prova a portare avanti. Davanti lei, come davanti a  tantissimi cronisti di provincia numerosi ostacoli: non solo solo il rischio di ritorsioni dei boss ma anche l’isolamento del territorio, il precariato giornalistico e le querele temerarie. Così si fa informazione trent’anni dopo Pippo Fava.