“A Palermo siamo tutti mafiosi. La cultura della mafia ce la portiamo dentro. E’ parte di noi, nel nostro DNA. Non la sconfiggeremo mai”. Io non ci giurerei. Questa frase forse è chiacchiera da bar e nient’altro. Forse, infatti, quest’equazione totalizzante che vorrebbe la Sicilia irredimibilmente criminale ha fatto il suo tempo ed è ora di recitarle il de profundis.
Giusto per fare qualche esempio, mica erano mafiosi i 1000 e più cittadini palermitani che hanno affollato la piazza del Teatro Massimo, lo scorso lunedi per la manifestazione organizzata dalle Agende Rosse, a sostegno del Procuratore Nino Di Matteo. Mica erano mafiosi gli studenti che nelle Università che hanno affisso striscioni e bandiere a sostegno dei pubblici ministeri. Mica erano mafiose quelle associazioni, quei movimenti che hanno marciato pacificamente da Piazza Verdi al Palazzo di città mettendo la propria faccia e spendendosi in prima persona a difesa della verità e della giustizia. Mica erano mafiosi i tanti imprenditori, insegnanti, sindacalisti, donne e uomini delle istituzioni che hanno dedicato un intero pomeriggio ad attestare con la presenza fisica la propria solidarietà a chi non cede un passo nel contrasto giudiziario a cosa nostra.
Ora Totò Riina potrà pensare quello vuole. Potrà dire le sue parole in libertà come sempre ha fatto. Potrà minacciare questo o quel magistrato e far credere al mondo intero che è ancora il capo dei capi. Ma c’è una novità e con quella dovrà fare i conti. C’è un’intera città che non ha mai dimenticato la sua natura antimafiosa e che ha ripreso ad alzare la voce. E da lunedi’ scorso, forse, ha cominciato, memore delle tanti stragi e del troppo sangue versato sulle proprie strade, a trasmettere la gioia e la felicità di stare dalle parte giusta della vita. Due ingredienti base quanto mai necessari per aggregare più persone e un giorno si spera un intero popolo.



