Poco utili i “satelliti contro i trafficanti di uomini”

Migrazioni libia

Il giorno di ferragosto l’Avvenire, giornale che dedica sempre una speciale attenzione al fenomeno migratorio e ai drammi che lo accompagnano, sottolineava, con un articolo a firma di Vincenzo R. Spagnolo (“Satelliti puntati verso l’Africa contro i trafficanti di uomini”, pag.13), l’importanza di un monitoraggio satellitare delle coste africane, collegato a Frontex, quale strumento per individuare i barconi in partenza, in particolare dalla Libia, e contrastare così, più efficacemente, i trafficanti “..scongiurando pericolose traversate a rischio di naufragio”. Già ad ottobre 2013, dopo la tragedia di Lampedusa in cui, si ricorderà, morirono annegati oltre trecento migranti, era stata data particolare enfasi al progetto Eurosur (European Border Surveillance System), subito ribattezzato “il grande fratello del Mediterraneo”. Le cose non stanno esattamente così e, anche a rischio di passare per il “gufo” di turno, provo a riepilogare sinteticamente la situazione di alcune delle tecnologie antimmigrazione per consentire a chi vorrà di fare le proprie considerazioni. Il progetto Eurosur prevede lo scambio di informazioni relative agli eventi della immigrazione illegale tra i centri nazionali di coordinamento di Italia, Francia e Spagna per le frontiere marittime esterne meridionali, tra Finlandia, Polonia e Slovacchia per quelle esterne orientali e tra tutti questi paesi e Frontex. Il “punto Eurosur” in Italia è attivo presso il Centro nazionale di coordinamento “R.Iavarone” presso la direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere (Roma). Tracce di Eurosur risalgono a quasi otto anni fa quando nella conclusione del Consiglio europeo (14 dicembre 2006), si accennò alla possibilità di realizzare un sistema di sorveglianza delle frontiere europee meridionali ed orientali con le tecnologie dei vari Stati membri e con il sostegno del Fondo Frontiere Esterne 2007/2013.

Il lento e tortuoso cammino di Eurosur, avviato sin da luglio 2007, superando non poche rivalità e gelosie nazionali, ha attraversato tre fasi ciascuna delle quali articolata in più “tappe”. L’obiettivo era di collegare e razionalizzare i vari sistemi di sorveglianza degli Stati membri, applicare strumenti e dispositivi comuni per la sorveglianza delle frontiere esterne dell’UE, creare un sistema comune per il controllo e lo scambio di informazioni nel settore marittimo nell’area del Mediterraneo, delle Isole Canarie e del Mar Nero, estendendo, successivamente, il controllo all’Atlantico, al Mare del Nord e al Baltico. Eurosur è operativo dal dicembre 2013 e se l’obiettivo era quello di “..accrescere la capacità di reazione delle forze di polizia in modo tale da mitigare e contrastare l’immigrazione illegale..” ( in questo senso il Ministero dell’Interno, novembre 2012), non mi pare che lo si stia conseguendo stando ai dati del 2014 ( valori mai raggiunti in passato) sui flussi migratori marini che stanno interessando le nostre coste (102.837 le persone soccorse/sbarcate al 17 agosto u.s.,  di cui 76.784 in Sicilia, 11.854 in Puglia, 8.452 in Calabria e 5.586 in Campania). Critiche e perplessità, inascoltate, su Eurosur erano già state fatte da alcuni esperti tedeschi (rapporto Borderline, ottobre 2013), che annotavano l’inutilità di difendere il “fortino” Europa anche con mezzi spaziali ed altri strumenti a bordo di navi ed aerei. Oltre ad Eurosur, infatti, c’è anche un altro progetto, piuttosto costoso (GMES- Global Monitoring Enviroment System), finanziato sempre dall’UE, sull’osservazione della Terra che consentirebbe, tra l’altro, di avere informazioni accurate sulla sicurezza e la sorveglianza delle frontiere. Progetti e tecnologie che vengono realizzati nella miope politica di cercare di fermare tutti sulle coste africane, impiegando una montagna di denaro pubblico che, forse, poteva essere più utile destinare a quei paesi in cui la povertà diffusa è tra le cause che inducono alle migrazioni forzate.