Trapani, tanti “non ricordo” in aula

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Una cosa subito va detta con estrema franchezza e senza che nessuno se la prenda più di tanto. L’ultima udienza del processo in corso a Trapani per il delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno (26 settembre 1988) per uno dei tre testi citati doveva essere quella “clou” e invece non è andata così.  La faccenda la si conosce molto bene: sul tavolo di Rostagno a Rtc sarebbe rimasta per tanto tempo una videocassetta con scritto sopra non toccare, segreto il suo contenuto anche per i collaboratori in televisione, cassetta scomparsa dopo l’omicidio. Prima del processo, e in particolare quando la Procura di Trapani mise a segno una serie di arresti (destinati ad essere annullati e archiviati) della cosiddetta operazione “Codice Rosso”, emerse perché riferita da alcuni testi, la storia che un giorno Rostagno si “armò” di una telecamerina, tempo dopo andò nella sala regia della tv chiedendo istruzione su come operare il passaggio delle i immagini da una cassetta all’altra  operazione che poi avrebbe fatto in “solitudine” e infine comparve sulla sua scrivani la famosa cassetta con la scritta non toccare. Una teste Alessandra Faconti ha riferito che Rostagno in quella cassetta aveva le prove dell’esistenza di un traffico di armi su Trapani e che sarebbe andato a bussare alla porta del dott. Giovanni Falcone al Palazzo di Giustizia di Palermo per parlare di questa scoperta e di essere uscito deluso da quell’incontro.

Chi è Sergio Di Cori. Chi più di tutti ha parlato di questo misterioso traffico di armi è stato il giornalista Sergio Di Cori comparso improvvisamente sulla scena delle indagini nei giorni dell’operazione “Codice Rosso”, dichiarò sgomento per l’arresto della compagna di Rostagno, Chicca Roveri, accusata di favoreggiamento, e per questa ragione si disse pronto a parlare per indicare la pista di quel delitto che non era frutto di vendette interne alla Saman come l’operazione “Codice Rosso” faceva intendere. Di Cori comparve in Italia dagli Usa, contattò Chicca Roveri appena rimessa in libertà dopo la detenzione, svelò a lei, a Carla Rostagno, sorella di Mauro e a Maddalena, la figlia, l’amicizia con Mauro della quale le tre donne, e nessun altro, ne erano a conoscenza: “Tra gli anni 80 e 90 – ha raccontato Di Cori anche ieri che è stato sentito in Corte di Assise – sono stato giornalista per Corriere della Sera, Europeo, poi corrispondente dalla California per il Piccolo, il Giornale di Sicilia, l’Unità e altri”. Di Cori ha detto di avere conosciuto Rostagno nell’aprile del 1972 a Milano. “Ci siamo incontrati di sfuggita un altro paio di volte fino all’88, in occasioni sociali/mondane/sociopolitiche. Lui era un leader si LC, io non militavo ma appartenevo a quell’ambiente della sinistra. Era normale all’epoca frequentarsi tra componenti della sinistra extraparlamentare. Non ricordo esattamente il frangente, forse una volta a uno spettacolo di Dario Fo, poi credo a una manifestazione femminista”. “Rostagno era al corrente della mia attività di giornalista venne a Roma ad incontrarmi dopo avermi cercato al telefono. Lavoravo per un’azienda di servizi culturali per il Psi e avevo intrapreso attività investigativa con Mauro Volterra, mio caro amico e collaboratore della Fallaci”. Di Cori ha spiegato che con Volterra fecero delle inchieste sulla morte di Pasolini. “Indagammo insieme ad altri giornalisti, tutti di etnia israelita, eravamo nel gruppo “Ebrei per il socialismo” e dopo la strage di Fiumicino dell’85 cominciammo a occuparci del terrorismo”; con Volterra cercò i punti di contatto tra i due casi poi il lavoro non andò avanti Volterra si suicidò, ma secondo lui “fu un delitto”. Così Di Cori si è raccontato in aula durante la 45esima udienza: in quel 1996 disse di essere a conoscenza di quello che Rostagno stava facendo cosa per la quale poteva essere stato ucciso, Di Cori tornò in Italia sapendo che avrebbe incontrato Chicca Roveri e un giornalista di Repubblica, Giuseppe D’Avanzo, aveva accettato di vendere l’esclusiva del suo racconto a quel giornale, e invece in aeroporto a Milano trovò la Polizia ad attenderlo. La magistratura aveva intercettato quei colloqui e quindi il procuratore di Trapani Garofalo si precipitò a Milano a sentire Di Cori e quello che lui conosceva. E il racconto di Sergio Di Cori è racchiuso in un malloppo di verbali che fanno parte del processo in corso contro i due mafiosi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, presunto mandante e presunto esecutore del delitto. Tutti e due conclamati mafiosi ergastolani. E Di Cori fece un racconto dettagliato non certo di un qualcosa appreso per caso. Non raccontò ai pm di Trapani qualcosa che conosceva perché appresa come si può dire “a spizzichi e bocconi” da Mauro Rostagno.

La testimonianza di Di Cori.  Sergio Di Cori ha detto di avere visto il contenuto della famosa video cassetta, raccontò che Rostagno gli aveva raccontato che appartandosi con una donna nei pressi di un aeroporto dismesso appena fuori Trapani (Chinisia ndr) aveva visto un aereo atterrare, c’era tornato in quel luogo con una videocamera e aveva filmato, “in quel video si vede la pista, le sterpaglie attorno, le strade abbandonate e poi un C130 atterrare, camionette militari, auto di carabinieri uomini in tuta mimetica, mentre dalla pancia della’aereo venivano scese casse per caricarne altre, Rostagno qualcuna la vide aprire e vide uomini provare delle armi”. Lui in aula si è fermato sostanzialmente a questo racconto perché poi rispondendo alle domande della difesa che cerca di scagionare i propri assistiti, ha infilato una serie di non ricordo, rispetto a un racconto più particolareggiato che aveva fatto in quel 1996 quando fu sentito dal pm Garofalo. Di Cori ieri in aula è apparso senza memoria, ha dimenticato tutta una serie di accadimenti e nomi di personaggi illustri della politica, aveva allora inserito il traffico di armi all’interno di trame internazionali, affari del Partito Socialista, insomma non raccontò di qualcosa che ad ogni persona può accadere ogni giorno, ma di qualcosa di veramente eccezionale, eclatante…viene da dire impossibile, difficile, da cancellare dalla memoria…eppure la testimonianza in aula di Sergio Di Cori è stata segnata da una serie di non ricordo e l’udienza è stata segnata dall’avv. Vito Galluffo, difensore di Vito Mazzara, che ha letto, sotto forma di contestazioni parecchi passi dei verbali sottoscritti a suo tempo da Di Cori, raccogliendo “fredde” conferme da Di Cori rispetto a quello che aveva dichiarato o anche non ricordo sul contenuto di quelle deposizioni che hanno suonato come smentite.

“I non ricordo” di Di Cori. Insomma fatti importantissimi, trame internazionali, episodi segnati da fatti oscuri, che si ritiene difficilmente debbano, possano uscire dalla memoria, che invece Sergio Di Cori ha allontanato dalla sua mente. Insomma non è sembrato davvero essere quel teste in grado di dare una convinta svolta al processo, quando c’è stato da riferire particolari si è rifugiato nei non ricordo. In aula ha spiegato che per le sue conoscenze “Rostagno si occupava degli intrecci tra mafia e terrorismo… La seconda o la terza volta che mi chiamò venne a Roma, mi parlò…Credo che il passaggio che fece scattare qualcosa in Rostagno fu quando gli presentai delle persone molto in vista della comunità ebraica romana. Anni dopo ci pensai tantissimo. Credo cercasse un’idea piú grande, cercava di capire se nel traffico d’armi fossero coinvolti i palestinesi. Per questo credo venne da me che non ero un suo amico. Diciamo che ero “l’ebreo più abbordabile” per lui per approfondire questo tema. Lui comunque studiava il traffico che metteva in contatto mafiosi e terroristi…voleva fare uno scoop con quelle immagini e aveva cercato coperture nel Pci (in aula Di Cori ha fatto i nomi di Paietta e Chiaromonte ndr)”. Pur stando lontano da Trapani e dall’Italia, Di Cori ha detto di essere stato a conoscenza dei contrasti dentro Saman, sui comportamenti del guru Ciccio Cardella (che lui ha detto di conoscere da tempo come “carne fresca” nel senso che da produttore di film hard avrebbe messo a disposizione le attrici a politici importanti), sul fatto che Cardella non aveva buoni rapporti con Rostagno, che questi aveva scoperto le speculazioni di Cardella e quest’ultimo lo contrastava sul fatto di rendere noto ciò che aveva scoperto a Chinisia. Ha dimenticato tante cose Di Cori, anche il contenuto di un paio di colloqui che ha confermato avere avuto con Giovanni Falcone, “a Roma fuori dal ministero della Giustizia ma in un vicino bar”, lui ebbe solo quei due colloqui con il magistrato ucciso a Capaci nel 1993, incontri successivi al delitto Rostagno, non si può dire che un colloquio con Falcone poteva essere cosa di ogni giorno, eppure Di Cori sebbene sollecitato non ne ha saputo parlare più dettagliatamente, unica cosa che ha ricordato quella che in quella occasione Falcone accennò al fatto di avere incontrato Rostagno tempo prima. Di Cori non ha terminato di deporre, continuerà a farlo il 20 marzo. Sul traffico di armi più informati e per nulla reticenti sono apparsi nella precedente udienza i giornalisti Scalettari e Palladino, il loro racconto ha riguardato un periodo successivo al delitto di Rostagno e più che di Chinisia si è indicato come possibile base di questi traffici un altro dismesso aeroporto militare, quello di Milo che negli anni ’80 divenne sede dell’agenzia spaziale italiana. Nel racconto dei giornalisti tornano alcuni nomi delle indagini sul delitto Rostagno, quello di Cardella e quello del campobellese Giuseppe Cammisa detto Jupiter, braccio destro del “guru”, sospettato di essere stato uno dei killer, ma anche lui prosciolto, da quel 1988 Cammisa vive in Ungheria; Scalettari e Palladino hanno mostrato alla Corte copia di un fax, comunicazione dei “servizi” e Cammisa sembra essere uno dentro ai “servizi”. Ma questa sembra essere una storia più vicina a spiegare il perché nel 1993 furono uccisi in Somalia Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Di Rostagno c’è poco.

Una serie di “non è vero” sono stati invece infilati nelle risposte del massone Natale Torregrossa, uno dei venerabili al vertice della famosa loggia massonica segreta Iside 2 scoperta negli anni ’80 a Trapani. Risulta da un verbale che Rostagno ebbe un paio di incontri con lui e con altri soggetti, che le loro discussioni sarebbero state incentrate su alcuni “segreti” della loggia, che avrebbero parlato di Gelli, il capo della P2, e delle visite di Gelli a Trapani, c’è stato anche un sottufficiale della Finanza, Angelo Voza, che ha parlato di Gelli presente ad una riunione massonica a Trapani, ma Torregrossa ha negato tutto. I colloqui con Rostagno? “Solo per parlare di spiritualità e se avessi saputo chi era Rostagno nemmeno ci sarei andato a parlare”. Torregrossa ha detto di avere scoperto dopo chi “era stato Rostagno in gioventù”, la militanza in Lotta Continua lo ha disturbato, “erano terroristi”. Non è mancata la “stoccata”, “in fin dei conti che bisogno c’era che dovessi parlare con Rostagno…lui a Trapani non era nessuno”. Torregrossa però ha dovuto confermare che alcuni fatti scritti in quel verbale firmato da Rostagno erano veri, “ma non sono stato io a raccontarli”, ha dovuto ammettere la conoscenza con il boss di Mazara mariano Agate, “ma non era iscritto alla massoneria, è capitato che eravamo stati insieme ad una cena e ci siamo scambiati gli indirizzi, il suo nome fu trovato nella mia agenda dove c’erano 3 mila nomi”. Infastidito, nervoso a tratti, Torregrossa non ha potuto fare a meno di dire che tra esoterismo e spiritualità, assieme al prof. Gianni Grimaudo, il gran maestro, poteva capitare di scrivere lettere di raccomandazione anche da consegnare a Gelli direttamente. Quelle logge oggi sono ancora coperte da un certo alone, in quelle stanze si decidevano in quegli anni ’80 i destini di Trapani e forse non solo di Trapani. E le mancate risposte di Torregrossa dimostrano che certi segreti sono rimasti tali e si vogliono ancora oggi proteggere in una città dove il potere resta in mano a massoni e mafiosi. Ci sono indagini in corso e quella Trapani che Rostagno raccontava nel 1988 sembra essere ancora viva e presente.

Interessante la testimonianza dell’ex capo della Mobile Rino Germanà, oggi questore a Piacenza. L’investigatore sfuggito ai killer di mafia nel settembre del 1992, ha deposto in ordine all’omicidio dell’operaio Enel Vincenzo Mastrantonio avvenuto il 1 maggio del 1989. Mastrantonio sarebbe stato il tecnico che aveva in carico la zona di Lenzi, dove Rostagno fu ucciso, e quel 26 settembre 1988 la zona era insolitamente buia: “Accertammo – ha detto Germanà – che nella cabina c’era stato un corto circuito apparentemente indotto dal maltempo dei giorni precedenti quel 26 settembre”. E su Mastrantonio che scopriste ha chiesto il presidente della Corte, il giudice Pellino. “Il suo relazionarsi con tutta una serie di soggetti mafiosi, a Vincenzo Virga lo chiamava “parrino” (padrino) perché lui lo aveva battezzato”. Ma quel “parrino” avrebbe avuto anche un altro significato. Perché fu ucciso Mastrantonio? Il pentito Milazzo ha raccontato che fu ammazzato perché “parlava assai” e raccontava in giro sebbene dentro l’ambiente mafioso quello che sapeva sul delitto Rostagno. “Certamente il delitto scosse l’ambiente a lui vicino – ha detto Rino Germanà – perché intercettammo alcune conversazioni di suoi amici che avevano addirittura paura ad andare a partecipare ai suoi funerali”. Lo sgarro commesso doveva essere stato parecchio grave. E dentro Cosa nostra la prima regola che non si deve violare è quella del silenzio. E Mastrantonio non l’avrebbe rispettata.

Le accuse a D’Avanzo. Tornando un attimo a Sergio Di Cori parole sprezzanti sono state da questi utilizzate nei confronti del giornalista Giuseppe D’Avanzo che oggi non può più difendersi perché deceduto improvvisamente l’anno scorso. Ancora una volta Di Cori si è posto come una sorta di giudice del lavoro giornalistico, pronunciando parole pesanti come sentenze inappellabili. D’Avanzo non è stato quello che Di Cori ha raccontato, Di Cori si porta dentro ancora il rancore per quella esclusiva che non gli fu più concessa e di una denuncia per calunnia. Quel racconto sul traffico di armi all’ascolto di Peppe D’Avanzo fece subito “flop”. In Corte di Assise l’impressione suscitata dalla testimonianza viene da dire che è stata analoga. E siamo pronti a dividere con D’Avanzo i giudizi che Di Cori ha in modo ingeneroso riservato a lui. Siamo tutti Giuseppe D’Avanzo.