Nell’antica Grecia l’Agorà non indicava solo un luogo fisico della città quanto il luogo in cui ci si poteva incontrare per discutere e confrontarsi, per riconoscersi come comunità e progettare il futuro. Forse furono queste le ragioni che portarono Luigi Ioculano a fondare un’associazione e un giornale cittadino a Gioia Tauro e a chiamarli così, Agorà. Per le stesse ragioni esattamente 10 anni fa il 25 settembre 1998, alle sette di mattina una mano rimasta anonima scarica nel suo corpo un intero caricatore. Il fatto avvenne in una piazza a pochi metri dalla porta del suo studio medico. Le denunce degli appalti truccati, della corruzione e della presenza asfissiante della ‘Ndrangheta avvenivano apertamente. Anche l’uccisione – nel linguaggio mafioso – non poteva che avvenire davanti agli occhi di tutti. A parlarmene, più che le parole sono gli occhi di Ilaria, una delle figlie. Rabbia, indignazione e delusione per l’abbandono che uccide due volte e fierezza profumata di Sud per un papà che non ha scelto di indietreggiare davanti alla violenza e ha gridato nella piazza lo sdegno e la rivolta. Sarebbe una delusione grande più di una piazza che a ricordarlo in questo decimo anniversario fosse solo la sua famiglia e i due loschi personaggi che lo scorso anno sono stati condannati all’ergastolo in primo grado come mandanti. Che le lacrime che ancora Ilaria versa possano irrigare le piazze dell’impegno e della responsabilità a cui tutti – nessuno escluso – siamo chiamati.
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