Rassegna estera

Guennadi Petrov

Il presidente
messicano, Felipe Calderòn, riforma il sistema di giustizia e si conforma
allo Usa style. Il quotidiano spagnolo, El Pais, la riporta come una
vittoria nella lotta al narcotraficco (mercoledì 18,
http://www.elpais.com/articulo/internacional/Calderon/reforma/Constitucion/reforzar/lucha/narcos/elpepuint/20080618elpepuint_8/Tes ). Più prudente è invece l’americano
Los Angeles Times, che ne sottolinea soprattutto le affinità con il
modello yankee (mercoledì 18,
http://www.latimes.com/news/nationworld/world/latinamerica/la-fg-mexico18-2008jun18,0,918729.story ). La riforma promulgata lo scorso
martedì prevede un sistema a porte aperte con pubblica oratoria e presunzione
di innocenza. Difesa e accusa, dunque, d’ora in avanti argomenteranno
il caso in aula, al cospetto di una corte. La stessa davanti alla quale
i giudici dovranno motivare le loro decisioni. “Ora possiamo offrire
ai cittadini un sistema giudiziario più trasparente, che rispetta i
diritti umani e protegge i cittadini con maggior velocità ed efficienza”
ha commentato il presidente Calderòn.
 

La riforma
prevede, inoltre, la detenzione fino ad 80 giorni, senza che siano presentate
prove, per chiunque sia sospettato d’appartenere al crimine organizzato.
Questa è la svolta nella lotta al narcotraffico, ma c’è da andare
cauti. La battaglia si gioca sul sottile binomio giustizialismo- garantismo.
La lotta alla criminalità organizzata non deve prescindere la salvaguardia
dei diritti fondamentali. A ricordarlo è proprio l’organizzazione
Human Right Watch, che considera questa disposizione pericolosa ed eccessiva
( mercoledì 18, El Pais).

Il presidente
Calderòn la giudica invece “un passo fondamentale nel cammino che
farà del Messico una nazione in cui prosperino la legge e la libertà”.
La riforma, inoltre elimina l’esclusiva del Governo nella gestione
delle proprietà confiscate al crimine organizzato e introduce la creazione
di speciali centri di reclusione per narcotrafficanti. Il ministro degli
Interni, Juan Camilo Mourino, commenta “il problema della sicurezza
non si risolve solo con maggiori leggi e più polizia, ma con una maggiore
partecipazione della società e con la cultura della legalità.”

Sono venti
le persone fermate venerdì 13 giugno nella maxioperazione contro la
mafia russa, compiuta dalle forze di polizia spagnola, in più località
della Costa del Sol. Maiorca, Alicante, Madrid e Malaga sono le città
teatro de “La operacìon Troika”, già definita dal ministro
degli interni spagnolo, Alfredo Perèz Rubalcaba, “la più grande
tra le operazioni repressive antimafia compiute  in Europa”.
Proprio lunedì, il giudice Baltasar Garzon, della più alta corte penale
spagnola, l’Udienza Nazionale, ha terminato gli interrogatori. Per
quindici di loro è già stato predisposto l’arresto senza condizionali.
Tra questi anche il supposto capo della mafia russa, ”el caudillo”
Gennadios Petrov, all’apice dell’organizzazione criminale internazionale
Tambovskaya- Màlyshevskaya
. Le accuse sono quelle di riciclaggio
di denaro, omicidio, estorsione, traffico di stupefacenti, associazione
illecita, falsificazione di documenti e frode fiscale.
 

A Petrov, “il
boss” sono subordinati tutti i membri della banda. A leggere la sentenza
del giudice Garzon “l’Operazione Troika” ha colpito, una delle
“comunità criminali” nell’ambito delinquenziale sovietico. Si
tratta di una struttura integrata attraverso differenti gruppi e fazioni.
Gli imputati dell’operazione dello scorso venerdì, dal 1996 avevano
scelto la Spagna come propria base operativa. Un porto sicuro in cui
stabilirsi ed operare indisturbati. Il rendimento economico generato
era canalizzato attraverso consulenti giuridico- finanziari impegnati
a riciclare il denaro. I mafiosi, inoltre, non si facevano scrupoli
nell’utilizzare i propri contatti politici, economici e giuridici,
per implementare la loro ricchezza.
 

Attraverso
compagnie di facciata in Spagna, la gang riciclava denaro sporco, accumulato
in attività criminose in Russia e nei paesi dell’ex area sovietica.
Sulle coste mediterranee, dunque, la mala aveva predisposto la propria
residenza e il proprio posto di comando. Trenta milioni di euro il valore
patrimoniale, tra mobili ed immobili, accumulato in Spagna. L’operazione
di venerdì, frutto di due anni di inchieste, ha coinvolto  più
di trecento poliziotti impegnati in ben ventitrè perquisizioni, e il
sequestro di ottocento conti bancari, yatch, macchine di lusso e persino
un quadro firmato Salvador Dalì.
 

Petrov utilizzava
un jet privato, aveva uno yatch e una vasta collezione di macchine di
lusso. Il tempio del caudillo
a Sol de Mallorca, ha colonnati e facciate simili a quelle delle strutture
neoclassiche, e sul mercato ha un valore pari a venti milioni di euro.
Il capo ci viveva circondato dai suoi subordinati e aiutanti, una piccola
Russia protetta da muri con camere di sicurezza. La prima attività
di Petrov in Spagna, nei primi anni ’90, fu un fiasco totale. L’investimento
a Calvià, con i fondi del Kgb e del partito comunista russo, PCUS,
valse una perdita di 15 millioni. Nel tempo, Petrov, ha poi ricostruito
la sua fortuna. Oggi solo il suo quartier generale, nella Costa del
Sol, ne vale cinque di più. A questo sono servite le sue buone relazioni
con la mala russa, ma anche le autorità locali di San Pietroburgo e
allo stesso tempo, i contatti con i boss mafiosi italiani, Felice Cultrera
e Gianni Menini.
 

“El Pais”,  domenica
15 giugno
http://www.elpais.com/articulo/espana/ministerio/mafioso/Petrov/elpepunac/20080615elpepinac_9/Tes

“El Pais”,
martedì 17 giugno

http://www.elpais.com/articulo/espana/juez/ordena/prision/detenidos/Operacion/Troika/elpepiesp/20080617elpepinac_16/Tes