Reggio Calabria, si stringe il cerchio attorno a Domenico Condello

Lo chiamano “Micu u pacciu”, il pazzo. Domenico Condello, classe 1956, è latitante dal 1993. Deve scontare la pena all’ergastolo, oltre ad una lunga sfilza di reati di mafia. E’ inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi, ricercato dalle forze dell’ordine italiane. Secondo gli investigatori dal 2008 ha sostituito nel ruolo di leader il cugino Pasquale Condello, “U supremu”, arrestato a Reggio Calabria. Oggi, i carabinieri del Ros della città dello Stretto, coordinati dalla Dda, hanno arrestato 18 persone con l’accusa, a vario titolo, di proteggerne la latitanza. Tra i fermati spiccano ben 6 donne.

Una situazione che, ancora una volta, dimostra il ruolo che queste hanno all’interno della ‘ndrangheta calabrese. Margherita Tegano, convivente del boss; Caterina e Giuseppa Condello, cugine del latitante; Maddalena Martino e Mariangela Amato, accusate di essere prestanome delle attività economiche di “Micu u pacciu”, nonché Giuseppa Santa Cotroneo, suocera di Pasquale Condello. Una rete solida che ha garantito al boss una latitanza che dura dal 1993. Su Domenico Condello, quindi, gli investigatori cercano di stringere il cerchio. Condannato all’ergastolo nel 1999 dalla Corte D’Assise del Tribunale di Reggio Calabria per i fatti relativi alla guerra di mafia degli anni ’80 e ’90, è considerato uno dei boss di rilievo della cosca, assumendone la direzione dopo l’arresto del cugino.

Nella sentenza del processo Olimpia, i giudici della Corte D’Assise hanno scritto che mentre Pasquale Condello ha promosso e diretto la cosca, Domenico  Condello, insieme a Domenico Condello junior, Paolo e Pasquale Condello (classe ’63) la hanno coordinata e diretta. Anche quando il “Supremo” era in carcere e non poteva guidare la cosca. La sentenza descrive così la ‘ndina, protagonista della sanguinosa guerra contro i rivali De Stefano. Una cosca, quella dei Condello, che: «Che sprigionava forza intimidatrice di cui i singoli accoliti si avvalevano per la perpetrazione degli obiettivi illeciti del sodalizio».

L’obiettivo era quello di: «Acquisire indebitamente, in modo diretto e/o indiretto, la gestione o comunque il controllo delle principali attività economiche, delle concessioni, degli appalti pubblici, per realizzare profitti o vantaggi ingiusti nella zona di propria competenza e territori viciniori; finanziando l’organizzazione con i proventi illeciti di gravissimi delitti contro il patrimonio tra cui estorsioni, rapine, ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti; acquisendo la disponibilità di armi da guerra e comuni attraverso importazioni anche estere; realizzando, così, una forza militare impegnata a pieno titolo allo scontro sanguinario della “seconda guerra di mafia”».

Uno scontro, duro, lungo e particolarmente violento che rischiava di mettere in ginocchio tutta l’organizzazione, accendendo riflettori che avrebbero ostacolato gli affari di tutte le locali di ‘ndrangheta. Fu proprio questo uno dei motivi che spinse i Condello e i De Stefano, e le loro cosche alleate a firmare una pace. Un pax mafiosa che, secondo i magistrati reggini, è tutt’oggi valida. Una struttura di coordinamento e vertice, recentemente riconosciuta dalla sentenza del Gup di Reggio Calabria sul processo Il Crimine. Sempre nella sentenza Olimpia si legge che: «In epoca imprecisata dell’anno 1991, concertando (i Condello, ndr) la cessazione delle ostilità con i vertici dei gruppi rivali con essi accordandosi per la successiva spartizione incruenta delle illecite attività – oggetto dei fini del sodalizio – nelle zone di comune influenza, sempre avvalendosi delle condizioni di assoggettamento e di omertà già descritte».

Era il 1991 e la ‘ndrangheta poneva fine alle guerre intestine. Quell’anno, al di là della Stretto, Cosa nostra iniziava a progettare l’attacco frontale allo Stato del biennio 1992-1994. Le ‘ndrine si chiamarono fuori, e ben presto soppiantarono i cugini siciliani nella gestione dei grandi traffici di droga, forti dai solidi legami intessuti con la massoneria, con parte del ceto politico, e di una ritrovata solidità interna.