Nella settimana che ci siamo lasciati alle spalle, abbiamo vissuto alcune iniziative importanti in tutta Italia a sostegno dei giornalisti minacciati. Da Milano a Roma, da Bari per arrivare a Torino, dove l’Associazione Amici di Roberto Morrione ha organizzato un importante momento di riflessione sulla vicenda di Giulio Regeni, rilanciando la necessità della scorta mediatica a quanti sono impegnati in Italia e nel resto del mondo a dare corpo al diritto ad informare ed essere informati. Perché non c’è solo l’Italia, ma anche l’Egitto e la Turchia, tanto per citare due paesi a noi vicini, dove il tesserino di giornalista spesso è il biglietto di sola andata per le patrie galere o anche peggio.Abbiamo poi registrato un altro attacco ad una troupe giornalistica, quella di Nemo guidata da Nello Trocchia, impegnata a documentare il potere dei Casamonica in un quartiere dove ci sono voluti dei cittadini non italiani per denunciarne gli abusi.
Insomma, tutto procede regolare, secondo il racconto del quotidiano attentato all’articolo 21 della Costituzione che ormai da qualche mese siamo costretti a registrare con brusche impennate, legate a questo o quel territorio.
Ecco perché crediamo che la regola da rispettare in questi casi sia quella di un opportuno discernimento, distinguendo caso per caso e provando a fare chiarezza anche all’interno della categoria, arrivando ad isolare anche i potenziali mitomani che pure qua e là ci sembrano stiano emergendo, alla ricerca di un attimo di notorietà e di solidarietà della categoria un tanto al chilo. Per questo non vorremmo mai che diventassero titoli di merito per un curriculum professionale il numero di ingiurie o delle percosse subite, né tanto meno quelle delle querele ricevute o delle minacce denunciate, vere o inventate che siano. Non si vogliono sottovalutare i pericoli di una mancata denuncia o di una tardiva solidarietà. Stiamo dicendo altro, anche perché sono proprio i 19 colleghi monitorati dal Viminale, in collaborazione con Fnsi e Ordine dei Giornalisti, come potenzialmente più a rischio, i primi a spiegarci che non si può procedere in questo modo, perché quelli a rischiare maggiormente sarebbero proprio loro.
Bene ha fatto quindi Federica Angeli a mettere in guardia i tantissimi followers, che ne condividono le battaglie sui social media, dal trarre conseguenze sbagliate dalla pronuncia giudiziaria attesa per il prossimo 15 maggio. Martedì prossimo, infatti, arriverà a sentenza la denuncia che la giornalista de La Repubblica fece contro Armando Spada ben cinque anni fa, dopo essere stata rinchiusa in una stanza, a seguito delle domande scomode che gli aveva rivolto. Da quell’inchiesta su abusi e crimini in quel di Ostia, documentati anche da Tg3 e Report in tempi non sospetti, sono passati oltre 1.700 giorni, vissuti sotto scorta. Una vita difficile per sé e per la sua famiglia. Nel caso Spada fosse condannato, per espressa volontà della Angeli, la somma ottenuta come risarcimento danni andrà devoluto alla tutela dei giornalisti precari che non fossero nelle condizioni di pagarsi un legale.
Alibi comodo e scomoda trappola allo stesso tempo per la categoria.



