Da circa un ventennio in Italia, quando la politica è in crisi, si propone di cambiare la Costituzione. La manovra economica approvata a luglio, come era facilmente prevedibile, si è rivelata del tutto insufficiente e inadeguata rispetto ai problemi del Paese. Ad agosto, per cercare un rimedio, il Governo propone di riformare alcuni articoli della Costituzione, in particolare il 41 (sull’iniziativa economica privata) e l’81 (sul bilancio dello stato). Anzitutto bisogna notare che in linea di principio non spetta ai Governi modificare le Costituzioni, ma al contrario sono le Costituzioni che fissano le regole entro le quali devono agire sia i Parlamenti che i Governi.
Inoltre, una riforma costituzionale ha – giustamente – tempi lunghi e procedure complesse, poiché la modifica delle regole fondamentali deve essere una scelta ben ponderata e condivisa da un ampio schieramento (altrimenti si può indire un referendum che congela la riforma). Quindi, le modifiche costituzionali non possono comunque avere effetti nel breve periodo. Se poi entriamo nel merito degli articoli, ci si può chiedere perché tali norme andrebbero riformate. L’art. 41 è di chiara impronta “liberale”. Infatti, afferma che “l’iniziativa economica privata è libera”. A questa affermazione di principio vengo posti soltanto due limiti. Per prima cosa che tale attività “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. C’è forse qualcuno che potrebbe desiderare l’opposto, cioè che l’attività economica privata possa svolgersi contro l’interesse sociale o la sicurezza, la libertà e la dignità umana? Il secondo vincolo è che per legge “l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Anche in questo caso, si può pensare che al contrario l’economia (pubblica e privata) non possano essere indirizzate a fini sociali? Insomma, leggendo il testo vigente dell’art. 41 è arduo trovare anche solo una virgola fuori posto.
Per l’art. 81 si può fare un discorso analogo. Si tratta di un testo assolutamente “neutro”, quasi da ragioniere che tira le somme. Si dice che il Parlamento deve approvare “ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo”, come fa ogni società. E termina prescrivendo che “ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. In altre parole, la Costituzione non prevede deficit. Ogni spesa deve essere giustificata e coperta da un’adeguata entrata. Se questo articolo della Costituzione fosse stato rispettato e attuato veramente, oggi l’Italia non si troverebbe con un debito pubblico di quasi 1.900 miliardi di euro. Il Governo sostiene che bisognerebbe modificare la Costituzione per introdurre il “pareggio di bilancio”. Ma il bilancio non pareggia solo se le spese non hanno adeguata copertura. Quindi, in realtà, il difetto sta proprio nelle manovre economiche e nelle errate previsioni fatte da Parlamento e Governo nel corso degli anni. Per trovare le responsabilità del mancato rispetto delle norme costituzionali, basta controllare quali coalizioni politiche e quali governi hanno prodotto più deficit e più debito in questi ultimi decenni (per esempio si può vedere www.linkiesta.it/debito-pubblico-italiano).
Per cui siamo oggi al paradosso che uno dei Governi che hanno creato maggior indebitamento nella storia italiana propone di introdurre in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, che in base alla Costituzione vigente dovrebbe già essere garantito. Il 6 agosto la Cgia di Mestre ha segnalato che il debito medio delle famiglie italiane, a fine 2010, ha superato i 19.000 euro, con un aumento annuo di 3.268 euro a famiglia. Inoltre, dal 2001 al 2010 il debito medio delle famiglie è cresciuto del 131%, mentre nello stesso periodo l’inflazione è cresciuta del 18%. Il che significa che i debiti delle famiglie sono più che raddoppiati in valore reale negli ultimi 9 anni. A queste cifre va sempre aggiunto il debito pubblico, cioè quasi 80.000 euro in media a famiglia (le famiglie italiane sono circa 24 milioni). La somma tra debito pubblico e privato dà una media di 100.000 euro a famiglia. Di questo dovrebbe preoccuparsi il Governo ogni giorno, cioè dovrebbe svolgere con responsabilità il proprio compito. Esattamente quello previsto dalla Costituzione, anche con gli articoli 41 e 81.



